Recensione
Cecilia Bello Minciacchi, Il Manifesto - Alias, 12/02/2011

Marco Giovenale, clinica e pathos freddo

Uno dei motivi più intensi e ricorrenti della poesia di Marco Giovenale – motivo fondante – è la vulnerabilità, l’esposizione al dolore, l’”essere – senza - difesa”, per citare Derrida a proposito dei Minima Moralia di Adorno. Derrida e Adorno, certamente, ma anche Foucault e Deleuze sono stati a lungo meditati da Marco Giovenale, che ha dato ora alle spampe un denso volume di poesie, Shelter, libro decantato, che raccoglie testi scritti tra il 2003 e il 2009. Pur giovane – è nato nel 1969 Roma -, Giovenale è autore di sicura e provata esperienza, straordinariamente produttivo: a poca distanza da Shelter sono apparse le prose di Quasi tutti (Polimata 2010) e le poesie di Storia dei minuti (Transeuropa 2010). Shelter, come si leggeva nei primi appunti di lavoro, è un “luogo-parola”, significa rifugio, ricovero, asilo, ospizio. Dunque , lo shelter offre riparo e cura, ma la tempo stesso separa e chiude, “ingabbia e protegge”, scrive Giovenale in calce al volume. A tratti, in eco, si avvertono “Serie ospedaliera” di Amelia Rosselli e “Residenze invernali” di Antonella Anedda. Ma c’è in Giovenale una diversa, vincolante cristallizzazione. Libro asciuttissimo, dal dettato nitido, esatto e affilato, Shelter ha un effetto spiazzante. Mentre si muove all’interno e all’esterno del concetto stesso di clinica-malattia/salute-normalità/anormalità- , raggela il pathos, fa convergere le emozioni in oggetti e atti minimi, e lì le incardina. Le storie da cui è abitato, ellittiche, si condensano in immagini parcellari di spazi definiti e gesti puntuali: “delle pareti come cornee,/come di osso”; “sale d’asfalto , azzurrate”; “La torre giocattolo , il modulo / d’entrata, l’ossigeno, le garze”; “due / fibbie alle scarpe slacciate”. Le immagini sono vivide, impressive, come “la luce di lutto del lenzuolo caldo”, verso stemmatico che della sinestesia fa uso non retorico o esornativo, ma sostanziale. Temi e concentrazione di Shelter sono legati alla storia , ma a quella minuta del presente e della datità del reale : “Piccoli malati e piccoli prigionieri battuti e illusi sono fitti e finiti nelle pagine, qui nell’andirivieni. Bloccati, narranti, riportati a mutismo. Se ne fa la storia, le vicende puntiformi, non “attraverso” ma da “dentro” la loro voce. Tutti i personaggi che compaiono non sono frutto di immaginazione , sì di travestimento. Tutto è reale, diffratto”, così l’autore nelle Note conclusive. Il suo pathos è nell’esercizio elaborato e filtrato del travestimento; la sua lettura critica nell’inquadrare fotogrammi disvelanti, nel rendere obliqua e ambigua la sintassi, e nel sospettare “il reale / come irrelato”; la compromissione nel “dar voce di dentro” a singoli attanti anonimi. Il risultato è una tragedia corrosiva e sorda, accanita, che non smette e riparte. Ogni ossessione muove, inesorabile e severa, da clinica 1. Una mira alta, quella di Giovenale, che intende esperire con la scrittura dove e come si raggruma il dolore, mostrando “cretti” e grinze, crepe e piaghe, facendosi “voce che rileva/pietrisco, dal nero del fondale”.