Recensione
Gabriela Preda, Alto Adige, 06/03/2011

Il sociologo Donolo: "l'Italia è senza bussola, puntiamo sui giovani"

Il futuro dell'Italia è legato a un ripensamento profondo del suo modello di sviluppo che coinvolga maggiormente la società civile e i giovani. Il monito arriva da Carlo Donolo, sociologo, professore all'Università La Sapienza di Roma, che ha rilasciato un'intervista all'Alto Adige a margine della presentazione del suo ultimo libro «Italia sperduta», edito da Donzelli. Il suo libro colpisce a cominciare dal titolo. Come mai questa scelta, proprio nell'anno dell'anniversario dell'unità d'Italia? Il titolo riguarda una forma di disorientamento collettivo. C'è una mancanza spaventosa di prospettive. Soprattutto tra i giovani, che vivono sradicati, senza ancoraggi concreti che li aiutino e diano loro una direzione. Di fronte alle sfide del cambiamento globale, il Paese sembra confuso, privo di una bussola. E qui conta ovviamente anche la mancanza di una classe dirigente all'altezza. Che abbiamo scelto noi, però. Il volume parla di molte criticità «made in Italy»: illegalità, corruzione, inefficienza delle istituzioni, bassa produttività, disoccupazione, solo per citarne alcune. È una tristissima graduatoria.... Se parliamo di classifiche delle criticità, al primo posto metterei la disoccupazione giovanile, la precarietà e la bassa presenza delle donne nel mercato del lavoro. Poi il divario nord-sud. E al terzo posto la perdita di produttività. Non ci sono stati sufficienti investimenti in nuove tecnologie e questo è un deficit della classe imprenditoriale. Recuperare diventa difficile con l'arrivo di nuovi competitori come la Cina, richiede infrastrutture, processi innovativi... C'è una via d'uscita a questa crisi? E con quali tempi? Credo che si debba restare ottimisti, ma ci vuole un grande sforzo collettivo, una revisione di sé. Anche un nuovo rapporto con la politica, dal questa non ci possiamo aspettare molto. La palla ora è nel campo della società civile: minoranze attive, imprese innovative, luoghi e istituzioni della cultura, nuovi movimenti. La strada della guarigione è lunga e difficile, non resta che ripartire proprio da queste risorse, che oggi sono spesso allo stato potenziale. Qui subentra quindi il ruolo della scuola e anche dei media. Se la nostra crisi è una sorta di regressione cognitiva, allora tutti i processi formativi diventano fondamentali: da quello che avviene in famiglia alla comunicazione di massa. Nel libro sostiene che siamo arrivati a un punto di crisi oltre il quale è difficile andare. Certo, stiamo attraversando una crisi profonda, cognitiva, che tocca tutto, anche il piano morale. In più ci si affida spesso a salvatori: ma solo noi possiamo salvarci. Per tornare al rapporto nord-sud, ad esempio, mi piacerebbe vedere un settentrione più presente, che affianchi il meridione nel suo sforzo di mostrare che ci sono anche realtà diverse dai canoni imposti dagli stereotipi. Le regioni nel nord sia nei rapporti col sud che nell'esposizione alla globalizzazione non devono avere paura, perché l'allontanamento indebolisce. Si rischia di rimanere soli, isolati. Quindi serve un piano condiviso di sviluppo che punti più all'unione? Il punto di partenza può essere il nuovo federalismo? Così com'è stato presentato il federalismo mi sembra una pseudosoluzione. Il federalismo vero dovrebbe essere solidale, dovrebbe aiutare a recuperare lo squilibrio di sviluppo tra sud e nord. Ecco: per me il federalismo dovrebbe essere qualcosa che unisce, non che divide. Per affrontare al meglio le sfide della globalizzazione dobbiamo fare squadra. E per questo abbiamo bisogno di nuovi modelli di sviluppo che puntino di più sulla società della conoscenza e che valorizzino trasversalmente anche i nostri punti di forza, i giovani. È nell'interesse di tutti. Siamo stati noi a generare una cattiva classe dirigente: ma la buona notizia è che ce la possiamo ancora fare. I giovani sono la chiave di volta