Recensione
Nicola Vacca, www.lankelot.it, 25/02/2011

Sereni esploratore di parole

René Char, uno dei maggiori poeti contemporanei, tradotto da Vittorio Sereni è una vera gioia. Il poeta di Luino, nel 1974, si cimentò con i versi del grande scrittore francese. Nello Specchio fu pubblicata una bellissima antologia: Ritorno Supramonte e altre poesie (riproposta negli Oscar nel 2001). Da quella prima traduzione furono espunte alcune poesie. Le quarantasette traduzioni inedite sono state raccolte in un volume. Due rive ci vogliono (Donzelli editore, a cura di Elisa Donzelli, pagine 141, 14 euro), spiega la curatrice nella postfazione, nasce dalla lettura del carteggio tra i due poeti e dal lavoro sui dattiloscritti delle traduzioni pubblicate da Mondadori.

Sereni entra nel mondo poetico di Char, e mediante una lettura diretta ne interpreta tutte le vertigini. A impreziosire il volume, che rende definitivo il lavoro di Sereni sulla poesia di René Char, c’è un saggio del traduttore che dà conto al lettore della sua attività intorno all’opera del poeta francese. Sereni scrive di essere rimasto affascinato dal paesaggio fisico, geografico e topografico nel quale si muove e lavora René Char. Le sue folgorazioni aforistiche e la sua poesia enigmatica hanno ispirato al traduttore più fedele intuizioni che hanno reso la sua versione unica e insuperabile. Ci sono affinità e corrispondenze tra il tradotto e il traduttore. Sereni lo confessa apertamente e afferma che esiste insomma un momento ulteriore nel quale non si traduce più, semplicemente, un testo, bensì si traduce l’eco, la ripercussione che quel testo ha avuto in noi. Da questa magia sono nate le traduzioni di Vittorio Sereni che senza questa sorta di infatuazione, senza questa svolta squisitamente soggettiva, tradurre Char gli sarebbe stato impossibile o lo avrebbe annoiato.

Davanti ai mondi sconosciuti dell’autore di Fogli d’ipnos, Sereni è diventato l’esploratore delle parole ed è riuscito per questo a essere un interprete diretto dei messaggi di Char. “Per altro verso - scrive il traduttore - la tensione che avvertivo in lui, l’ampiezza e la foltezza innegabili di un orizzonte poetico per me impenetrabile mi facevano soggezione e al tempo stesso mi sfidavano”. Il traduttore ha accettato la sfida del grande poeta francese, riconciliandosi con la sua lingua complessa ha sciolto nella versione italiana il suo mondo complesso nel quale si medita sul malessere, l’insensatezza. Soltanto l’autore di "Strumenti umani", che nel tradurre veste i panni di un carpentiere delle parole, poteva rendere autentica la vertigine del vuoto che i versi di Char declamano nella sua drammatica autenticità. “Nella materia arida del tempo che prima di annientarci / già ci dècima, quello che hanno dato morte espiano / dando gioia , una gioia che non provano / e non condividono. Per sé non hanno che il fuoco di una parola / inalterabile / scorrente nel dorso dell’abisso e che mal si rassegna alla stranita oppressione”.

Sereni scrive che la poesia di René Char è letterale e oracolare insieme. Non un messaggio unico e costante, ma una serie variabile di messaggi calati nelle forme del nostro discorso giornaliero, nell’articolazione abituale della frase. Una poesia altera, impervia, che sembra indicare un solo modo per penetrarla, tradurla. Ed è ciò che ha fatto Vittorio Sereni, prestando attenzione al planisfero della poesia di Char, diventando da semplice traduttore fine chiosatore