Recensione
Luca Scarlini, Il Manifesto / Alias, 19/03/2011

Perkins Gilman: utopia di genere mozartiana

Donzelli ripropone opportunamente a distanza di molto anni dalle prime pubblicazioni in Italia , le opere narrative di Charlotte Perkins Gilman (1860-1935), paladina di una strenua ricerca sul genere, che si innervava in una battaglia politica per il suffragismo e sui molti altri aspetti dell’esistenza delle donne. A questo essa aveva dedicato una intera rivista di proposta politica, “The Forerunner”. Dalla vasta antologia curata efficacemente da Anna Scacchi con il titolo “La terra delle donne” (prefazione di Vittoria Franco), quello che colpisce è esattamente l’utopia di Herland , a suo tempo presentato in Italia dalla benemerita Tartaruga nel 1980. Il romanzo, del 1915, spicca tra le molte scritture incentrate sul tema nella dimensione del fantastico, che ben si presta a manipolazioni politiche. Su linee simili, con tutte le differenze del caso, hanno agito anche autrici notevoli come tra le altre Edith Nesbith, C.L.Moore, Ursula K.Le Guin e la regina del fantasy Marion Zimmer Bradley. Il testo immagina che tre esploratori, attratti da una leggenda narrata da un indigeno, si inerpichino per delle pericolose montagne alla ricerca di un mitico mondo senza uomini. Due di essi, Jeff e Van dyck, non sono animati da intenti bellicosi, ma il terzo, Terry, portavoce di ogni possibile maschilismo, passa il suo tempo a teorizzare l’inferiorità femminile e pensa di poter giungere nella terra delle belle signore, per sollazzarsi a suo gusto con un intero esercito di possibili spasimanti.La realtà dei fatti prevede invece un universo che sembra quello del mozartiano Flauto magico, in cui la natura e la cultura si danno la mano per realizzare una vita perfetta. Negli anni a cavallo del secolo seduceva particolarmente l’idea della scoperta di un antico mondo recluso, lontano dal progresso industriale, sperando di trovare un possibile ( per quanto pericoloso)Paradiso Terrestre. Dal 1912 è infatti Il mondo perduto di Arthur Conan Doyle , in libera uscita da Sherlock Holmes per narrare di dinosauri e di aggressive meraviglie, mentre al 1904 risale meraviglioso Paese dei ciechi di H.G.Wells, che altrettanto propone un Occidente ebbro del proprio prestigio tecnologico, sconfitto da una società evidentemente più arretrata, ma che si nutre di diversi valori non certo peggiori di quelli del mondo occidentale. Le favole sapienziali però rischiano di alimentare una dimensione di escapismo, da cui l’autore rifugge decisamente. Tra i racconti, oltre al grazioso “Chi difende Joan?”, storia di una sorella che riesce dopo un lungo tempo a liberarsi delle angherie del fratello, spicca il celebre “La carta da parati gialla” (1892). Un vero e proprio manifesto, in cui una donna, segregata “per il suo bene” da un marito medico che non accetta che sia esaurita, si ribella contro l’odioso disegno che copre le pareti e contro il precetto sanitario che la vorrebbe inoperosa e immobile, affidandosi invece all’immaginazione per uscire dai propri problemi.