Recensione
Andrea Garibaldi, Corriere della Sera, 16/03/2011

Le nobildonne, gli attori, i poeti patrioti senz'armi del Risorgimento

Il Risorgimento prende forma anche così, nell' impegno di alcuni letterati e attori e scrittori e libere nobildonne, tutti già installati nel pantheon nazionale. Si chiamavano Foscolo, Manzoni, Pellico, Donizetti, Leopardi, Cattaneo, Modena, Mazzini, Belgiojoso, Malibran, Verdi, Nievo. Avevano scarsi contatti tra loro, un diverso coinvolgimento operativo e anche differenti idee su come raggiungere lo scopo, che però era uno: dar vita alla nazione italiana. Coordinati da Beatrice Alfonzetti e Sivia Tatti, dieci docenti della Sapienza, un professore dell' università di Basilea e una storica presso l' Accademia di Francia hanno scritto dodici saggi su come ciascuno di questi personaggi entrò, con i suoi scritti, la sua musica, il suo patire, nella costruzione dell' Italia. «Vite per l' Unità» (Donzelli editore), che parlano anche dell' epoca nostra. Prendiamo Leopardi (raccontato da Giulio Ferroni). Nel «Discorso sopra lo stato presente dei costumi degli italiani» descrive un popolo privo di morale, disposto a ridere di tutto, in guerra perpetua, tutti contro tutti: «Le classi superiori d' Italia sono le più ciniche di tutte le loro pari nelle altre nazioni. Il popolaccio italiano è il più cinico dei popolacci». Ma Leopardi, scrisse Francesco De Sanctis nel 1858, «produce l' effetto contrario a quello che si propone. Non crede al progresso, e te lo fa desiderare; non crede alla libertà e te la fa amare... e mentre non crede possibile un avvenire men tristo per la patria comune, ti desta in seno un vivo amore per quella e t' infiamma a nobili fatti... E se ilè destino gli avesse prolungata la vita infino al quarantotto, senti che te l' avresti trovato accanto, confortatore e combattitore». E Carlo Cattaneo (lo illustra Biancamaria Frabotta), spesso citato a sproposito per il suo «federalismo», scriveva in una lettera del 1851 che la federazione andava contrapposta non all' unità, ma alla «fusione» fomentatrice di odio e di discordie. C' è Manzoni, che nel «Conte di Carmagnola» condanna il conflitto fratricida che oppone italiani a italiani («I fratelli hanno ucciso i fratelli, questa orrenda novella vi do»). E Giuseppe Verdi, che il 21 aprile 1848 scrive al librettista Piave: «Tu mi parli di musica!! Io non scriverei una nota per tutto l' oro del mondo: ne avrei un rimorso consumare della carta da musica, che è sì buona da far cartuccie». Nel libro scopriamo il rapporto modernissimo fra il grande attore Gustavo Modena e la moglie Giulia Calame, un uomo e una donna che vivono sullo stesso piano, solidali ma indipendenti, l' uno accanto all' altra nell' assedio di Palmanova del 1848 e nella Repubblica Romana, l' anno dopo. E si ripercorrono le imprese di Cristina di Belgiojoso, la marchesina che anima un salotto parigino con Balzac, Rossini, Gioberti e Tommaseo, ma non esita a imbarcarsi verso Milano alla notizia dell' insurrezione. È interessante lo studio su alcuni personaggi che presero parte ai movimenti risorgimentali da lontano, ma furono trasformati in icone, intervenendo sulle biografie con un processo ormai raffinatissimo ai giorni nostri. Come il caso della «regina del canto» Maria Malibran, più nota per la gondola grigia, rossa e azzurra con cui girava per Venezia che per il cuore votato all' unità d' Italia. Ma lo stesso Mazzini (lo spiega Franca Sinopoli) diventò mito risorgimentale con la collaborazione di se stesso, attento anche a come veniva ritratto, in postura statica e riflessiva.