Recensione
Giulio Ferroni, Corriere della Sera, 04/03/2011

Tornano in libreria i racconti di Carlo Levi

Viviamo immersi nella velocità e ne facciamo esperienza non solo nei viaggi spesso senza meta, nella simultaneità della comunicazione «in tempo reale», nella permutabilità illimitata dello zapping, ma nel nostro seguire il trasformarsi stesso della realtà fisica, il muoversi e modificarsi delle cose che crediamo più stabili, i territori, i confini, le stesse città segnate sulle carte, tanto a lungo salde nello spazio e nel tempo, in una lunga storia che ne ha fatto simboli e forme assolute dell' umano. Anche Roma, e forse più di altre città, più di Londra, di Parigi, di Berlino, più della stessa vorticosa New York, si trova a fuggire da se stessa: lei che è una sorta di archetipo dell' Occidente, dove si sono raccolti e da cui si sono propagati, nel bene e nel male, i fondamenti della nostra civiltà; lei, urbs e civitas, che a molte lingue ha fornito le parole in cui si riconosce la dimensione «civile» dell' essere urbano e il darsi della città come stabile fisicità delle istituzioni e delle forme culturali, tanto più oggi ci può apparire fuggitiva. Quasi attuale può sembrare allora la clausola del sonetto di Quevedo da cui Carlo Levi ricavò il titolo Roma fuggitiva che pensava di apporre alla raccolta di questi scritti su Roma, redatti tra il 1951 e il 1963: «¡Oh Roma en tu grandeza, en tu hermosura,/ huyó lo que era firme y solamente/ lo fugitivo permanece y dura!». Levi adatta questa formula a quegli anni del dopoguerra, gli anni del potere democristiano, in cui erano come rimaste in sospeso le ipotesi e le speranze affacciatesi nell' entusiasmo della Liberazione: «Il "fuggitivo" della Roma di questi anni è la storia esterna e apparente della classe dirigente italiana, la fragile immobilità di una restaurazione, il seguirsi apatico degli scandali, delle speculazioni, degli affari, degli arricchimenti, l' apparente trionfo di una borghesia clericale, lo scorrere tra le rovine del fiume scintillante delle automobili sugli antichissimi selciati» (p. 24). (...) Roma fuggitiva ci offre anche un' immagine della Roma che abbiamo perduto, quella Roma che intorno al 1960 si proiettava sul mondo con una sua sontuosa ingenuità, con un nuovo particolarissimo respiro di libertà, mentre nel contempo maturavano in lei i semi della trasformazione che ne stava alterando il profilo. Anno carico di significati in questo senso è proprio il 1960, l' anno de La dolce vita e di due eventi pubblici tanto diversi, a cui Levi dedica qui bellissime pagine, cioè la mobilitazione popolare del luglio contro il governo Tambroni e le successive Olimpiadi (su cui sono anche memorabili, pur nella loro distanza da quelle di Levi, alcune pagine di Fratelli d' Italia di Alberto Arbasino). Questi scritti sembrano inseguire la Roma di quegli anni, nel suo splendore fuggitivo, nelle mosse in cui la sua bellezza pare come espandersi, aprirsi a un nuovo possibile sviluppo civile, a una autentica democrazia sostenuta dal vigore e dalla passione di un «popolo» concreto: vediamo come la città degli imperatori e dei papi, la città del fascismo e del clericalismo, sta lottando per trasformare i segni imponenti e minacciosi di un passato di dominio e di ingiustizia in un nuovo orizzonte umano, in uno spazio di civiltà libera e aperta, in cui le antiche pietre dei monumenti e delle chiese vengono a sciogliere la loro austera fissità in un' aria molle e calda, che ha la dolcezza comunicativa, il respiro vibrante di una promessa di bene (se non di quella «felicità» attesa da Stendhal, scrittore a Levi tanto caro). Di cose ne sono passate tante, da quel 1963, a cui risale l' ultimo di questi scritti, fino ad oggi: e siamo arrivati a una Roma popolata di nuovi emblemi postmoderni, che subisce gli effetti di una politica che guarda con disprezzo alla cultura, che concepisce la bellezza solo come forma spettacolare, esibizione pubblicitaria, merce da consumare in fretta, pornografia plastificata. Roma ha seguito e segue le derive di questa Italia incerta sulla propria stessa identità. Ma nel suo volto modificato il romano che continua, nonostante tutto, ad amarla, e il visitatore che non si accontenta dei percorsi canonici e delle guide turistiche, accompagnato dalla prosa di Levi, dalla sua chiarezza così piena di calore e di colore, può ancora seguire le tracce di quella bellezza, ritrovarne i tanti segni sparsi: rivedere la persistenza di una Roma fuggita, con la coscienza che anche quella che ha davanti agli occhi si fa afferrare solo mentre sfugge, perché soltanto «lo fugitivo permanece y dura».