Recensione
Redazione, Il Segnalibro n. 171, 01/03/2011

Il declino

Sempre più diffusa è la diagnosi che vuole l’Italia contemporanea caratterizzata da una vera e propria sindrome del declino. Si tratta di fenomeni comuni alle altre società europee; ma in Italia, e ormai da molto tempo, tutte le criticità (illegalità e corruzione, criminalità organizzata, inefficienza delle istituzioni, crisi fiscale, bassa produttività, disoccupazione) si presentano in forme aggravate ed eccessive. Di fronte alle sfide del cambiamento globale, il paese è confuso e sperduto, privo di una bussola. E la sua classe dirigente – se ancora possiamo definirla tale – non sembra in grado di esprimere le qualità necessarie per prendere in mano il paese e orientarlo verso un nuovo stadio di sviluppo. Troppi sono i ritardi, le aporie, le approssimazioni. Questo libro, scritto da uno dei nostri sociologi più rigorosi e radicali, si concentra sulle carenze del ceto politico, e dedica una parte importante all’analisi del populismo, che appare come la capitalizzazione politica della fragilità e del malessere da mancato sviluppo. Su questa base è anche analizzata l’inefficienza del sistema elettorale, che sembra studiato apposta per impedire alla società di esprimersi appieno, e dunque di essere governata democraticamente. Se la strada della guarigione si mostra lunga e difficile, non resta che ripartire da quelle risorse – spesso allo stato potenziale – che dalla sindrome italiana sono riuscite per il momento a non farsi contaminare: minoranze attive, imprese innovative, luoghi e istituzioni della cultura, nuovi movimenti. Tutta una fenomenologia della cittadinanza attiva, su cui non può che concentrarsi la speranza di un futuro diverso.