Recensione
Pierluigi Pellini, L'Indice dei Libri del mese n. 9, 01/09/2010

L’opera letteraria di Guido Mazzoni: poesia della coscienza infelice

Critico di poesia e teorico dei generi letterari, Guido Mazzoni ha scritto due saggi importanti: Forma e solitudine per Marcos y Marcos nel 2002, Sulla poesia moderna per Il Mulino nel 2005. Che fosse anche poeta, lo sapevano i lettori delle riviste (qualche suo verso è uscito, fra il 1990 e il 2005, su «Paragone», «Poesia», «Versodove», «Trame» e «Nuovi Argomenti»); e quelli dei benemeriti «Quaderni italiani» di «Poesia contemporanea» curati da Franco Buffoni (un manipolo di suoi testi è accolto nel terzo, del 1992; da qualche mese è invece in libreria il decimo, edito da Marcos y Marcos: dove si segnala la vena a tratti poco controllata, ma ricca, di Francesca Matteoni). Oggi Mazzoni, classe 1967, esordisce in volume, con I mondi, nella collana “Poesia” di Donzelli: e chi si aspettasse versi alessandrini, colti e allusivi, come quelli di troppi professori, avrà di che ricredersi. Anche se le poesie dei Mondi, datate 1997-2007, sono contemporanee alla gestazione del libro Sulla poesia moderna e alla riscrittura dei saggi confluiti in Forma e solitudine, Mazzoni non è critico-poeta. Semmai, è poeta-critico (e filosofo): al punto che il libro di versi vale a illuminare le scelte – e magari qualche apodittico irrigidimento – dei volumi teorici, più spesso che viceversa. Dell’attitudine sperimentale che informava i componimenti prefati da Buffoni (la lezione di T.S. Eliot filtrata dalla ‘linea lombarda’ e dai ‘novissimi’: grosso modo, fra Vittorio Sereni e Antonio Porta; e Theodor W. Adorno come nume filosofico), restano, alla superficie dei Mondi, poche tracce: perfino nelle poesie che dalla plaquette transitano nel volume. Il lavoro delle varianti – che meriterebbe una tesi di dottorato, se le energie dei giovani italianisti non fossero accaparrate da più polverose inezie – è spesso illuminante: dà la misura della coscienza teorica e della perizia tecnica del poeta. Fin troppo lineari gli interventi sui versi più antichi, da cui è espunto con sistematica coerenza quasi ogni residuo testuale della ripudiata poetica tardo-modernista: cadono l’esibita intertestualità letteraria (niente più epigrafi e versi virgolettati; semmai, nei Mondi, consonanze impreviste e sghembe: magari si potrebbe azzardare che Rogoredo sia parodia dei Fiumi del poco amato Ungaretti); scompaiono le riprese ironiche o stranianti dei linguaggi settoriali (pubblicità, media, burocrazia: si salva, in Giocatori, «nell’apposito sacchetto»); si diradano i riferimenti a una contingenza aneddotica (cassati, nella stessa poesia, anche «Galli, Lelj e Tendi»: difesa della Fiorentina di trent’anni fa; sparita, ne Il Cielo, la «periferia di Pontedera»; sopravvive solo qualche istantanea degli «anni Settanta», nell’intensità dei testi dove compaiono i «genitori»); si annullano le irruzioni di voci diverse dall’io – con l’eccezione, che nei Mondi fa macchia, di un franto monologo al femminile, denuncia non rassegnata di un’alienazione che per lessico metrica e sintassi, più ancora di altri testi, è omaggio a Sereni: «una copia / del cielo riflessa sull’asfalto, / gli spazi fra i quartieri popolari, e in questa / lacuna fra le strade / per otto ore lei sarebbe rimasta» (Eppure). Mazzoni poeta in volume è voce lirica monologica: rarefatta, a tratti, in levigata astrazione. Ma al labor limae su un testo più recente si deve anche un incipit quasi petroso come «Gli stormi scossi quando il treno / esce dalla terra», che sabota un algido endecasillabo («Il volo degli uccelli quando il treno»), accenna un’allitterazione e fa corto circuito metaforico – caso raro di densità figurale, in una poesia che, esibendo controllata razionalità, diffida degli scarti retorici e in particolare della metafora – con «gli sciami dei segnali», al v. 3 di Elephant and Castle. Così, altrove, un settenario cantabile, «Ascolto il tuo respiro», si contrae, spezzando le simmetrie dell’alessandrino: «Ascolto il respiro / cambiare insieme ai sogni» (Gli esseri). Le sei, brevi sezioni del libro edito da Donzelli alternano (tranne la prima e l’ultima, solo in versi) poesie di tersa compostezza e prose dal dettato fermo e asciutto. Quasi a configurare – come sembra suggerire lo stesso Mazzoni, parlando di Antonella Anedda e Stefano Dal Bianco in un’intervista del 2008 a Italo Testa («L’Ulisse», 11) – «una nuova stagione del prosimetro»: dove la prosa, dando spazio a racconto e ragionamento, va a occupare la casella che era, ai tempi di «Officina», quella del poemetto. La dominante riflessiva, e perfino gnomica (mai oracolare, però; e mai sorridente), di molte prose dei Mondi si discosta sia dalla tradizione orfica del poème en prose di area surrealista, sia da quella propriamente narrativa, che per esempio negli ultimi due libri, bellissimi, di Tiziano Rossi (Cronaca perduta, Milano, Mondadori, 2006, e Faccende laterali, Milano, Garzanti, 2009) squaderna con crudeltà e affetto un’allucinata fenomenologia del quotidiano. Ma anche il riferimento al prosimetro, per I mondi, può a tratti apparire fuorviante: perché i frammenti di autobiografia non vanno a comporre un racconto unitario; e le cadenze della prosa sono punteggiate di accensioni liriche: quando l’io, straniandosi «dalla finzione che ci tiene insieme», osserva i dispersi frammenti di una vicenda che si è svolta «secondo le statistiche» («immerso nella mia vita seriale»), per concludere che «noi stessi siamo questa dispersione» (Esperienza), lo fa condensando gli snodi del discorso in tre endecasillabi – l’ultimo, almeno, di limpida regolarità. Alla «normale immemorabilità» di un’esistenza «irrilevante», di un io privo di centro, sembra sottrarsi un «frammento» privilegiato, un enigmatico «istante denso e pieno». Ma anche lo statuto dell’epifania, nei Mondi, è precario e reversibile. È vero che il testo d’apertura, Questo sogno – titolo fra Fortini e Sereni, temi di koiné proustiana – sembra iscrivere la raccolta in una consolidata tradizione modernista: «Ricordo / sempre più spesso solo gli atomi compiuti, / la vita presso di sé, così perfetta / nelle monadi dove eravamo veri / per un istante indicibile». Al mito già romantico di una perdita d’esperienza, che Walter Benjamin ha tradotto in filosofia della storia (e i suoi epigoni in trito luogo comune), risponde il riemergere, dall’infanzia e non solo, di momenti d’eccezione, «fuori dal tempo di tutti»; il recupero di uno «squarcio» di autenticità («noi stessi per un attimo»). Il poeta, come il Sereni di Un posto di vacanza, è «custode non di anni ma di attimi». Per Mazzoni, però, l’«istante» di pienezza è «indicibile»; abdica a ogni pretesa di universalità («un evento che non significa nulla per voi»); può anzi insinuarsi in una «pausa fra gli eventi» (Il cielo), o rivelarsi in «un movimento del tutto fungibile» (L’istante che è appena trascorso): solo per essere riassorbito in una «luce» che «annulla col suo velo»; e per rendere manifesto «lo squilibrio che rinasce intorno agli esseri». L’io ritorna dentro il «tempo di tutti»: «tempo / futile», in cui esplodono «le schegge di una vita qualsiasi» (La forma del ricordo); e che non ammette alternativa. La traiettoria dei Mondi – quasi scorciato resoconto di una Bildung paradossale: quella, volontaristica e tutta in negativo, di chi «impara a vivere il presente / senza pensare di non appartenergli», perché «la grande / periferia da attraversare è il mondo vero» (così i versi londinesi della splendida Elephant and Castle) – copre perciò lo spazio che separa l’illusoria nostalgia epifanica di Questo sogno da un altro «risveglio / notturno» (ora topica, in Mazzoni), che «con cinismo e innocenza, a metà della vita» (doppio settenario) registra una resa: «perché è ingenuo cercare di trascendere» (endecasillabo sdrucciolo) «le forze cui diamo il nostro nome» (Gli esseri). L’io è votato a una «solitudine» – è l’ultima parola del libro – che non ha più nulla di aristocratico, confondendosi «nel rumore di tutti», dove «ogni vita / è solo se stessa» (Pure Morning: ancora alba tragica, dopo una grandinata su Milano; alba desublimata, però, nel riferimento a un brano rock dei Placebo, al suo celebre videoclip, e a un programma di MTV). L’onnipresente diaframma che separa l’io dalle altre «monadi», dagli altri «mondi», e dalla «realtà» (vetro, finestra, finestrino: di camere, treni, automobili, aerei), da schermo protettivo si fa specchio. La traiettoria dei Mondi conduce dunque l’io dalla denuncia di un’alienazione, dall’esibizione narcisista del «diritto all’inappartenenza» – tratto peculiare, secondo l’autore di Sulla poesia moderna, della grande lirica otto-novecentesca – alla condivisione di un comune destino, di una compiuta serietà del quotidiano, di una creaturale «fragilità» (parola-tema), intessuta di «paura e desiderio» («Io sono come loro»). Insomma, di un «realismo esistenziale». Da Theodor W. Adorno a Erich Auerbach, da Minima moralia a Mimesis, si potrebbe chiosare con qualche semplificazione: se è vero che un saggio di Mazzoni cerca nel capolavoro del filologo romanzo i fondamenti etici di una visione del mondo (Auerbach: una filosofia della storia , «Allegoria», 2007, 56). La svolta era annunciata fin dal 1999, in un testo troppo lasco e diffuso per essere accolto nei Mondi: «Per anni non avevo voluto vedere / la vita di questi esseri visibili che come me / occupano questo luogo e questa epoca, ma solo le invisibili / forze opache dove perdevano valore / gli esseri veri che in quel chiarore / di trauma si sedevano alla tavola, riaprivano la propria / vita privata fra i mobili e le cose» (La discesa, «Nuovi Argomenti», luglio-settembre). Con la sorte di «questi esseri visibili», di queste «monadi» chiuse nei loro «mondi» individuali – questo il senso del titolo, che solo accessoriamente allude anche alle diverse città dove l’autore ha vissuto e dove il libro è ambientato: la Toscana fra Firenze, Ptato e Pisa (Mazzoni ha studiato alla Scuola Normale, rievocata di sbieco ne Gli anni), Parigi, Londra, Chicago, Milano –, si identifica ormai, almeno nel suo discorso esplicito, l’io poetico. L’accettazione stoica di un reale «dove tutto risplende / nella propria tautologia» (Il cielo), di un quotidiano refrattario alla trascendenza, vuoto di sovrasensi simbolici («la vita esiste e non significa»), dove l’unica possibile «felicità» consiste nell’«equilibrio impercettibile» di «forze compresse», nell’«equilibrio» (parola chiave) di «minimi eventi»: questo il contenuto di verità che con più ferma insistenza l’io dei Mondi impone al lettore. Quasi a chiosa perpetua di una clausola memorabile di Sereni (a sua volta debitrice di Sbarbaro): «una sera d’estate è una sera d’estate / e adesso avrà più senso / il canto degli ubriachi dalla parte di Creva» (Il muro). Ma in Mazzoni la «calma» di chi constata una verità inoppugnabile può essere catatonica incredulità («stupore postumo»), o impotente «rabbia senza oggetto»; non è mai, come nel modello più prossimo, sollievo che scioglie ogni tensione («rasserenandosi rasserenandomi»). «Esiste solo questo», conclude la prosa eponima, I mondi; l’io «è come loro», ribadisce alla terza persona Parcheggio, descrivendo il grigiore piccolo-borghese di chi esiste «per sé, senza bisogno di trascendenze, risarcimenti, giustificazioni». Eppure, il masochismo martellante de +lla sintassi lapidaria si rovescia in implicita protesta. Gli indizi quasi clinici di un abulico ripiegamento («Pensando a quante poche cose mi interessassero davvero») descrivono una condizione depressa – la depressione, va da sé, è generazionale: condanna di chi s’è visto negare il diritto di credere alla Rivoluzione. Ma sprigionano, appunto, «rabbia». Una rabbia di inconfondibile matrice leopardiana che, pur dicendo oggettivamente il vero, soggettivamente lo nega; mutandosi poi in una «specie di rimorso». Dismessi «gli occhiali francofortesi» (così in «Semicerchio», XXXV, 2006); accettata «la miopia che ci fa esistere» (in quel capolavoro che è AZ 626: dove all’arrivo del Malpensa-Chicago «sul lago inverosimile», «i mondi degli altri» e quello del poeta, sospesi «nel tubo fragilissimo», avvolti nelle «monadi che ci proteggono», dispiegano, in un’impennata di versi sdruccioli, «le loro trame nel disordine»); appurato in sede critica che «l’unico modo di trascendere il presente è descriverlo» (Forma e solitudine, Introduzione); il poeta dovrebbe rinunciare a quella «dimensione utopica» che pure sembra «costitutiva» del genere lirico (ancora l’intervista a Testa); dovrebbe trattare «la propria vita esattamente come i paesaggi, i personaggi e gli animali, cioè come qualcosa che interessa a prescindere da ogni significato, da ogni trascendenza» («Allegoria», 2007, 55: su Elizabeth Bishop). Come fa, secondo Mazzoni, molta «letteratura americana» recente: «molto più saggia, molto meno velleitaria della nostra». E invece quella dei Mondi resta quasi sempre «poesia della coscienza infelice», scritta «nella prospettiva di una totalità o di un sovrasenso, magari perduti o inesistenti»: come la «grande lirica italiana del Novecento». In questa contraddizione è il nucleo dinamico della raccolta: resoconto propriamente tragico (non certo elegiaco) della presa di coscienza di questa perdita, di questa inesistenza, nella forma dei suoi testi ribadisce la speranza, negata dal discorso dell’io, «che un altro mondo sia possibile». I «frammenti» epifanici saranno pure destinati a «dileguare», «inermi fra le cose vere»: ma questo «è il nulla che difendo» (così il testo forse più bello, Anniversario). Contraddittoria, del resto, è la posizione stessa di un teorico dei generi letterari che identifica poesia moderna e lirica (poesia dell’io, sia pure sempre più decentrato), ne denuncia la marginalità sociale e il paradosso intrinseco (le «monadi inappartenenti» sono condannate a «un comportamento gregario»: Sulla poesia moderna, Conclusione), ne diagnostica il lento crepuscolo in una stagione ‘post-storica’ (adottando una categoria di Arthur Danto, ma rifiutando quella di ‘postmoderno’), per poi dare alle stampe un libro di liriche. Ecco perché, per essere poeta a pieno titolo, Mazzoni doveva negare l’«idea ancora giovanile», o magari ‘francofortese’, che nutre tutta la poesia post-romantica: l’idea «che la realtà non fosse, non potesse essere solo questo»; e doveva ripudiare la poetica sperimentale che a quell’idea ha dato la forma simbolica più radicale. Un’idea, una poetica, che rappresentano perciò il represso dei Mondi: in una sorta di formazione di compromesso che autorizza l’autore a proseguire la grande tradizione descritta in Sulla poesia moderna solo a patto di rovesciarne i presupposti ideologici; che lo autorizza a essere poeta ‘italiano’, per riprendere le pagine su Elizabeth Bishop, solo fingendosi ‘americano’. Troppi indizi nella forma dell’espressione e in quella del contenuto – non è questa la sede per tentarne un regesto: e però saltano all’occhio, almeno, la montaliana predilezione per gli sdruccioli, specie in punta di verso o di emistichio; la scansione perentoria, fortiniana, degli snodi riflessivi; la sordina sereniana all’endecasillabo: misura metrica dominante, ma di frequente nelle varianti ipometre e (più spesso) ipermetre, o dislocata su due righe, o semplicemente sbilanciata, dall’enjambement (fra i contemporanei, solo Valerio Magrelli sa dispiegare tanta sapienza metrica, e darle senso); l’allusone indiretta ai grandi temi degli Strumenti umani («Le domeniche informi»; le «macchie di luce che il sole / getta sul paesaggio»: «il solito paesaggio», ma lacerato, «disgregato», di «colore / opaco», o attraversato da un «taglio»; e ancora: il repentino «vento nato dal lago», i «pioppi» e altre piante che «scuotono le cime»); le tessere lessicali strategiche (da Fortini, per esempio, i «minimi eventi») – troppi indizi formali, dicevo, tradiscono l’appartenenza a una tradizione europea e illustre: al ‘classicismo moderno’ di Montale, Sereni e Fortini, di cui parla Forma e solitudine; al leopardismo novecentesco; alla lezione del modernismo di T.S. Eliot. Qualcuno potrà forse sospettare che quella di Mazzoni non sia poesia all’‘altezza dei tempi’: imperativo dei Moderni, oggi in sospetto di ossimoro. Di certo, è poesia all’altezza dei suoi modelli: anche di quelli che è costretta a rinnegare.