Recensione
Saverio Simonelli, La Compagnia del Libro, 21/02/2011

Il mare ha questo tipo di voce

Il mare ha questo tipo di voce e di ritmo; come un gigantesco diaframma che si alza e si abbassa e così pare sostenere e cullare la terraferma. Ne arricchisce la forma, la composizione poi dà equilibrio, insinua la vita nella desolazione della sabbia. Chi scrive di mare in qualche modo sa che il suo di ritmo dovrà fare i conti con quello, che chi legge una storia ambientata sulle acque ce l’ha nelle orecchie assieme alla memoria di altre voci, ai volti di personaggi, intrecci ed eventi che hanno fatto la storia della letteratura: le navi di Virgilio e Long John Silver, il vecchio di Hemingway, Achab e Moby Dick, Giasone e gli Argonauti, Robinson Crusoe.

Jean Marie Le Clezio, Nobel nel 2008, ha unito la sua voce a quelle voci e a quel ritmo, con un racconto conciso ma fitto, psicologicamente ampio quanto un sogno che accompagna le età della vita con questo“Il posto delle balene” pubblicato ora da Donzelli con l’aiuto dei disegni crudi, quasi fossero tratti elementari di matita di Eloar Guazzelli. Diciamo subito che Le Clezio è all’altezza di sfidare il mare e chi l’ha raccontato, la scialuppa della sua scrittura viaggia spedita e tranquilla sull’acqua perché ne asseconda il ritmo, e ne accoglie tutte le seduzioni: quindi una sintassi incalzante per un periodare però primitivo, le frasi che prima di arrivare all’occhio sembrano riposare un istante sulla carta come una risacca, come se volessero tornare indietro, nella trama della storia aspettando la spinta del testo tutto intero, una cosa che si tiene e si muove compatta come il mare. La storia è antica, in parte già narrata, ma qui ordita con naturalezza e un certo ammanierato pudore: è la vicenda di due uomini e di una nave che scopre un santuario marino in un’insenatura della Costa della California, là dove le balene si recano per partorire e, in età anziana per morire. In questo paradiso antico, quieto e silenzioso come il giorno della creazione del mondo l’uomo istilla il germe della conquista, dell’arricchimento, della corsa allo sfruttamento intensivo e feroce. Il ribollire del sangue subentra così allo sciabordìo della risacca. Le navi confluiscono da tutto il mondo in quella laguna e la mattanza dei cetacei non conosce fine. I fatti vengono narrati retrospettivamente da due voci, quella del mozzo John di Nantucket, giovanissimo all’epoca della storia e di Charles Melville Scannon, comandante della nave, che nonostante il cognome non ha nulla dell’epica ossessione di Achab. Già, perché la sostanza poetica del libro sta, oltre che nel ritmo della narrazione, nella distanza incolmabile che l’autore implacabilmente pone tra l’attrattiva della purezza e l’ardore della conquista: mentre Achab sfida la balena e tutti i mostri del proprio Io, il suo fascino soverchiante e sinistro, le balene del testo di Le Clezio sono simbolo di qualcosa che si oppone all’homo faber, l’uomo maggiorenne e seduce il suo Io bambino, primitivo, attizza le bramosie di dominio ma ricorda la promessa dell’Eden. La scelta però è ancora una volta inevitabile. La spinta al consumo della realtà è comunque più forte, inesorabile, congenita: il Paradiso, anche quello terreno è di nuovo perduto e ne resta solo l’evocazione nostalgica, il ricordo di una vita possibile e piena ma inevitabilmente spezzata: resta la nostalgia, le lacrime del mozzo che il comandante anziano e prossimo alla morte ricorda come il segno di un segreto da lui intuito: la consapevolezza lucida e straziante di aver perso qualcosa di irrecuperabile che si può solo sognare di tornare a toccare: perché si dovrebbe tornare a respirare come il mare, ad assecondare il ritmo di quel diaframma che si alza e si abbassa, ad ubbidire a quella vita che viene prima di ogni desiderio, ma che forse ci appartiene non qui né ora.