Recensione
Marco Pivato, Quotidiano Nazionale, 29/01/2011

L'Italia dei miracoli, poi lo scippo

Non se ne parli solo male: la fuga dei cervelli esporta il nostro pregio intellettuale prorio laddove è difficile a morire lo stereotipo dell'italiano "mangia-spaghetti e mafioso". Tuttavia è un investimento a fondo perduto istituito addirittura dalla legge, dalla scuola elementare - istruzione obbligatoria - fino alla laurea: le tasse universitarie coprono solo un quarto del costo per la formazione di uno studente . Il 30 novembre 2010 è stato presentato in Senato uno studio dell'Istituto per la Competitività e della fondazione Eli Lilly per la ricerca medica: in vent'anni - dal 1989 al 2009 - l'Italia ha perso un capitale di quattro miliardi di euro a causa delle commesse perse derivate dai brevetti depositati all'estero da ricercatori italiani espatriati. Perchè i laureati emigrano? "Perchè la struttura del Made in Italy è fatta di una miriade di piccole imprese che fatturano poco e quandi stipendiano poco", suggeriva Edmondo Berselli. Una considerazione ripresa dall'ex consigliere del ministro dell'Università e della ricerca Pietro Greco e rilanciata con una proposta "nella sua essenza tanto semplice quanto impegnativa: cambiare la specializzazione produttiva del paese, passando dalla produzione di beni a bassa e media tecnologia alla produzione di beni ad alta tecnologia". In che modo ? Fiorella Kostoris, economista de La Sapienza e membro del Centre for European Policy Studies di Bruxelles ha una ricetta: "Attivando un dialogo proficuo tra le industrie e i luoghi del sapere. Come negli Stati Uniti, dove all'interno delle Università sono nati, per esempio,i Novartis Institutes, un consorzio che stabilisce un rapporto virtuoso: per l'industria che dall'Università riceve conoscenze di base e per l'Università che dall'industria riceve finanziamenti facendosi committente delle ricerca scientifica. In Italia il dialogo tra industrie e centri del sapere è invece scarso. Se è pur vero, infatti, che lo Stato investe poco in ricerca è vero anche che il privato non è da meno. Il presidente del Cnr Luciano Maiani spiega."Lo Stato investe in ricerca circa lo 0,6-0,7 del Pil: poco, ma non meno che in altri paesi europei. L'industria investe invece una cifra in proporzione molto più modesta considerando che negli altri paesi il contributo privato è almeno il doppio rispetto a quello dello Stato". Nel 2008 la quota di Pil investita in ricerca dall'Italia ammontava all'1,09%, mentre Israele spendeva il 4,53%, la Svezia il 3,73%, la Francia il 2,11% e la Gran Bretagna l'1,78%. Significa che negli altri paesi la ricerca scientifica riceve dal mondo privato un contributo corrispondente a 1,2 e in certi casi 3 punti di Pil. Bisogna quindi spingere il nostro sistema industriale a ridimensionarsi. Si può fare? Un'occasione l'abbiamo avuta come hanno mostrato i "casi" Ippolito, Mattei, Marotta e Olivetti. Perchè giocarci ancora la possibilità di tornare a essere il più grande paese di umanisti e scienziati di sempre?