Recensione
Stefano Manferlotti, Il Mattino, 06/01/2011

Tra ozi e vizi romantiche donne inglesi crescono

Delizioso: uno degli aggettivi più abusati quando c’è da descrivere un racconto o un romanzo scritto con disinvoltura ma non con superficialità, che stuzzichi l’intelligenza del lettore sena però trasportarlo nelle terre incognite dei Massimi Sistemi, che disegni personaggi tenui come una silhouette ma non inconsistenti. E tuttavia non se ne potrebbero trovare altri per descrivere queso cimento di Jane Austen (Jack&Alice. Ozi e vizi a Pammydiddle; la traduzione è di Bianca Lazzaro, gli eleganti disegni si debbono ad Andrea Joseph): giovanile ( la scrittrice aveva appena quindici anni) ma già matura per forma e contenuto. Si tratta di un “divertissement” nella più pura accezione inglese del termine: godibile, cioè, tanto nei suoi strati di superficie che in quelli profondi. La vena umoristica un po’ crudele, che avrebbe poi trovato il suo sbocco più maturo in capolavori come “L’Abbazia di Northanger”, (1810, ma risalente a parecchi anni addietro), “Orgoglio e pregiudizio” (1813) ed “Emma” (1816), qui dilaga nel villaggio di Pammydiddle (nome parlante: vale, grossomodo, Imbrogliopoli) , sonnolento quanto basta, dove trascorrono la loro esistenza giovinette con l’idea fissa del matrimonio e donne mature amanti di una conversazione più strampalata che arguta. Fra le più acerbe d’età, Alice Simpson, che spasima inutilmente per Charles Adams, ricco di sostanze e di avvenenza ma pitocco di cervello, e Lucy, il cui dilemma esistenziale – sposare o meno un facoltoso ma anziano pretendente – sarà bellamente risolto col veleno da una rivale. A completare il trio delle figure femminili protagoniste del racconto, Lady Williams, una vedova ancor giovane che ama ricevere confidenze e dare consigli, sia pure mettendovi minor discernimento del Cappellaio Matto di Lewis Carroll. Lo spirito parodistico che circola dal primo all’ultimo rigo è marcato dal fatto che Alice ha un vizio curioso e alquanto disdicevole: beve, anzi per dir meglio, ci dà dentro. Eppure è proprio questo difetto a consentirle da un lato di rilevare e far rilevare tutta la pochezza di coloro che la circondano, dall’altro di difendersi dalle avversità della vita rinchiudendosi all’occorrenza nel suo piccolo mondo alcolico. Quando, però, si rende conto che la sua passione per il vanesio Charles è senza speranza, non si perde d’animo. Lascia l’Inghilterra e in poco tempo diviene “la sultana favorita del Gran Mogol”. La scrittrice non ci dice di quali arti si sia servita nell’impresa, perché è bene che sia il lettore a balzare dalla tranquilla provincia inglese al favoloso Oriente.