Recensione
Paolo Mieli, Corriere della Sera, 14/12/2010

Asia, gli altri "rinascimenti". Tutte le vie per la modernità

Il Rinascimento non fu un unicum nella storia. Di rinascimenti ce ne furono più d' uno, non solo in Europa. E, se questo è vero, va messa in discussione l' ipotesi di una superiorità dell' Occidente ai nastri di partenza della corsa che avrebbe avuto come traguardo capitalismo, industrializzazione e modernità. Di più: forse andrebbe messo in dubbio che un tale tragitto, con quelle inevitabili tappe, vi sia mai stato. Nel senso che le vie che hanno condotto alla modernità sono state più d' una e quell' ordine di successione è tutto da ridiscutere. Il che ci aiuta a capire come sia possibile che, negli ultimi decenni, prima il Giappone, poi l' India, successivamente i piccoli Stati definiti «tigri asiatiche» e adesso la Cina, pur non avendo alle spalle un passato simile a quello europeo, siano ora all' avanguardia dello sviluppo e della modernità. Ogni società che si è trovata ad una stasi ha avuto bisogno di una sorta di rinascita per riprendere il cammino; rinascita che in ogni tempo ha preso le mosse da una riconsiderazione di epoche precedenti nel caso europeo si trattò dell' antichità, ciò che non è accaduto, nella storia, una volta sola. È accaduto ad esempio in India, in Cina, anche se lì poi l' industrializzazione non ne è stata la diretta conseguenza. Ne discende che la storia dell' ingresso nella modernità va rivista da cima a fondo. È questa la tesi di un importante libro di Jack Goody, professore emerito all' Università di Cambridge, che con il titolo Rinascimenti. Uno o tanti? l' editore Donzelli pubblica con la traduzione di Cristina Spinoglio pp. 370, 28. Per cominciare, Goody prende in esame gli studi di Louis Dumont sull' India Homo Hierarchicus, pubblicato da Adelphi, le opere di Émile Durkheim e Marcel Mauss, nonché l' opera di Claude Lévi-Strauss sulla Cina, che hanno classificato quelle civiltà come «primitive» per domandarsi: come è possibile dirle tali se fino all' epoca del nostro Rinascimento la scienza cinese fu infinitamente più progredita di quella occidentale e, fino all' inizio del XIX secolo, la Cina aveva l' economia più fiorente del mondo? Se poi analizziamo con la dovuta attenzione la preparazione del cibo e la coltivazione dei fiori, ci rendiamo conto che l' alta cucina cinese assieme a quella indiana e islamica può essere paragonata a quella francese e italiana, e l' uso dei fiori in India, Persia, Cina e Giappone da cui provengono molte varietà delle nostre piante coltivate, soprattutto fruttifere regge il confronto con l' uso europeo delle decorazioni floreali. Questioni di contorno? No. Queste trasformazioni hanno creato un' agricoltura e una vita urbana complesse e avanzate, in cui progressivamente sono venute differenziandosi le classi economiche in seguito alla preparazione del cibo di cui si nutrivano, ai tipi di cottura, come pure alla coltivazione e all' uso delle piante «estetiche». Fatte queste considerazioni, racconta Goody, «mi sono trovato nella necessità di esaminare la tesi molto diffusa secondo cui, sin dall' età del bronzo, si era operata una netta distinzione delle diverse modalità di sviluppo tra Oriente e Occidente». Tesi secondo la quale l' Occidente era passato dall' antichità, al feudalesimo, al capitalismo mentre l' Oriente si era impantanato nell' «eccezionalismo asiatico» contraddistinto dal dispotismo che sarebbe stato diretta conseguenza di un' agricoltura d' irrigazione. Già in un' opera precedente, Il furto della storia Feltrinelli, Goody aveva cercato di dimostrare che le conquiste del modo antico «non erano così uniche come la teoria sulle origini del capitalismo e della modernizzazione occidentale ha voluto far credere». E che «il feudalesimo ha rappresentato una rottura della civiltà urbana dell' età del bronzo, non uno stadio inevitabile del percorso verso il capitalismo». Ora giunge alla conclusione che «le ipotetiche divergenze tra Oriente e Occidente erano assai meno ovvie di quelle rivendicate da una storiografia europea etnocentrica e teleologica». E se il Rinascimento italiano è entrato nella storia per la valorizzazione dell' antichità classica, va detto che lo stesso tipo di «attenzione al passato» caratterizza tutte le società alfabetizzate. Tutte le società alfabetizzate, sostiene Goody, «hanno periodi in cui l' antico viene riproposto a volte con una tale rinnovata esplosione di energia da determinare una vera e propria fioritura culturale». E a questi periodi si accompagnano quasi sempre fenomeni simili all' umanesimo. Nella stessa Europa si erano avuti «altri rinascimenti», quello carolingio tra la fine dell' VIII secolo e l' inizio del IX e un altro nel XII secolo «quando il codice romano fu ristabilito a Bologna, con un ritorno della poesia latina e un interesse per la scienza greca Aristotele e un progresso della medicina scaturito da fonti musulmane». Una prima ondata di umanesimo, scrive Goody, si sviluppò a Padova, sotto il governo veneziano, e in altre città Stato, dove lo sviluppo del commercio, soprattutto con l' Oriente dell' area mediterranea, ebbe come conseguenza l' indebolimento del monopolio ecclesiastico sul sapere. I mercanti, come pure i funzionari, «dovevano saper leggere e scrivere e i loro contatti con l' Oriente ampliarono e approfondirono molte prospettive culturali». Già nel XV secolo, prosegue Goody, al Concilio di Firenze 1438-1445 furono convocati da Costantinopoli studiosi greci, cosa che ebbe come conseguenza la costituzione della cosiddetta Accademia platonica; la venuta di questi studiosi fu seguita da un rinnovato interesse per la cultura greca nell' intero Occidente latino, da cui era quasi completamente scomparsa. Prima ancora, in Asia Minore, Bisanzio - all' epoca sotto l' influenza genovese - visse il cosiddetto «rinascimento paleologo» così definito dal nome della famiglia dinastica dell' imperatore in cui fiorirono l' erudizione, l' attività artistica e, tra il 1315 e il 1321, fu ultimata con mosaici e affreschi la bellissima chiesa di San Salvatore in Chora, le cui fondamenta erano state poste già dal V secolo. Lo storico dell' arte Erwin Panofsky, in Rinascimento e rinascenze nell' arte occidentale Feltrinelli, ha già individuato due rinascimenti europei nel corso del XII secolo, da lui definiti «protorinascimento» e «protoumanesimo». Il primo, che si caratterizzò per un ritorno all' arte classica, fu un fenomeno mediterraneo che si sviluppò nel Sud della Francia, in Italia e in Spagna proprio nell' epoca in cui cominciarono a fiorire commercio e urbanizzazione. Contemporaneamente nel Nord Europa Giovanni di Salisbury il cattolico inglese che fu segretario nonché biografo di Thomas Becket, autore di una rinomata Historia pontificalis e successivamente, nel 1176, vescovo di Chartres incoraggiò l' educazione liberale coltivando la tradizione classica. Lo storico Peter Burke ha individuato «rinascimenti» a Bisanzio, ed è stato individuato nel IX secolo un «primo umanesimo bizantino». Di rinascimenti poi ce ne furono anche all' interno dell' Islam, per merito dello stato di conservazione dei testi del passato ai quali si sarebbe dovuto attingere. L' Islam era ben organizzato sotto questo profilo, dal momento che aveva edificato alcune biblioteche davvero enormi per l' epoca anche se l' accesso, controllato dal potere, era limitato. Basti dire che nel X secolo la biblioteca di al-Hakim II a Cordoba conteneva tra i quattro e i seicentomila volumi nell' epoca in cui la più grande collezione di libri dell' Europa cristiana, quella del monastero di San Gallo in Svizzera, ne aveva appena ottocento. E, nel XIV secolo, l' assistente di Geoffrey Chaucer, l' autore dei Racconti di Canterbury, vantava una «grande» libreria personale di trenta volumi. In Cina la stampa su blocchi di legno che diede luogo a una circolazione del sapere di grandi proporzioni vide la luce nell' VIII secolo e nel periodo Song 960-1279 si diffusero i libri che servivano per gli esami necessari all' ingresso nella burocrazia civile. Testi che dall' XI secolo furono regolarmente stampati assieme a trattati di medicina e ai classici del confucianesimo. Nel mondo cristiano, per quel che riguarda i fenomeni qui descritti, molto si deve alla sopravvivenza del latino. Ad esempio, anche se non si allestivano più spettacoli perché vigeva un veto alle rappresentazioni, le commedie latine, come quelle di Terenzio, continuavano ad essere lette per migliorare la padronanza della lingua, che veniva mantenuta «per scopi ecclesiastici» anche nei paesi germanici, privi di eredità romana. «Terenzio», rileva Goody, «era studiato nelle scuole di grammatica, perfino nel Nord dove il latino in realtà apparteneva alla tradizione dell' invasore proveniente da Sud». In questo modo «il mondo classico non scomparve mai del tutto dalla vista e dall' udito delle genti». E con esso la conoscenza della letteratura classica, nonostante Agostino d' Ippona e successivamente san Girolamo tentassero in ogni modo di screditare la «letteratura pagana». Per i musulmani il sapere era anche un atto di culto, l' acquisizione della conoscenza era dovere di ogni individuo. Ma c' era una grande differenza tra la conoscenza religiosa, punto cardine del Corano, e quel genere di «scienza straniera», come quella greca, naturalmente secolare. E furono proprio queste «scienze straniere» a essere oggetto delle prime traduzioni abassidi che rappresentarono un «modo di far rivivere l' antica conoscenza» a cui si deve il mantenimento in vita dei più importanti testi greci. Fino al XII secolo nessuna di queste opere, in greco o in arabo, raggiunse l' Europa cristiana. Ma in Sicilia i testi greci e latini tradotti in arabo erano assai diffusi durante l' occupazione musulmana tra il IX de l' XI secolo; una cultura ibrida assai vivace proseguì poi, a partire dal 1091, sotto i sovrani normanni, ma l' atmosfera di tolleranza religiosa e culturale, che si era sviluppata sin dai tempi del governo arabo, venne definitivamente meno nel 1224, a seguito delle Crociate, quando gli ultimi musulmani furono banditi dall' isola. Quell' esperienza cosmopolita però, annota Goody, «non era rimasta senza conseguenze, perché gli intellettuali italiani avevano potuto entrare in contatto con le opere dell' antichità, in particolare nella scuola di Salerno con i testi di medicina». Un mondo intero al di fuori dell' Europa conobbe fenomeni in qualche modo assimilabili al Rinascimento. Lo studioso Marshall G.S. Hodgson ha portato alla luce una «vigorosa fioritura della letteratura persiana» nel XV secolo, lo «straordinario impulso» della cultura cinese sotto i Song, la comparsa nell' Islam del periodo del califfato di qualcosa che «non era minore, nella creatività o nell' intrinseca novità istituzionale» a ciò che si produsse nel Rinascimento europeo. L' archeologo australiano Vere Gordon Childe ha addirittura retrodatato di qualche millennio la comparsa di «rinascimenti» in Egitto, Mesopotamia e India. Tra i sumeri ci fu una fioritura dopo l' unificazione delle città di Sumer e Akkad ad opera dei re della Mesopotamia. Il sovrano Hammurabi, vissuto tra il XIX e il XVII secolo a.C., dopo un periodo buio di arretratezza procurò al suo popolo un codice scritto di leggi, un miglior sistema di trasporti grazie a ruote più leggere e il risultato fu una stagione economico sociale assai effervescente caratterizzata dall' affermazione di una cultura ad alta complessità. E, anche per quel che riguarda il nostro Rinascimento, Lisa Jardine - che al Cinquecento ha dedicato un bel libro assai documentato, Affari di genio. Una storia del Rinascimento europeo Carocci - ha ben messo in evidenza gli influssi che ad esso giunsero da altre parti del mondo. Perry Anderson, che ha studiato il passaggio dall' antichità al feudalesimo, ha messo in dubbio che si possa parlare di «rinascimento» nella storia di potenze, come il Giappone, che pure nel Novecento sono salite con grande vigore sul podio che spetta a paesi leader non solo sotto il profilo economico. Goody non contesta questo genere di tesi: suo bersaglio è lo schema antichità-feudalesimo-rinascimento-capitalismo in questo meccanico ordine sequenziale. «Il Rinascimento in Europa», scrive, «rappresentò una sorta di liberazione che permise un balzo in avanti della scienza, della conoscenza in generale e dell' arte; per definizione consentì lo sviluppo di un mondo moderno che, grazie alle nostre istituzioni culturali e accademiche, diventò autosufficiente». Ma non si trattò «della crescita del capitalismo di per sé, perché era già esistita altrove sotto forma di attività mercantile e produzione finalizzata allo scambio, compreso un certo livello di produzione industriale meccanizzata». Certamente vi furono sviluppi importanti in Europa alla fine del XVIII secolo e nel XIX «ma ben presto raggiunsero l' Oriente, come in passato l' Oriente aveva esportato le sue scoperte in Occidente». Il capitalismo occidentale «non è l' unico come si è creduto un tempo; non solo il Giappone, ma la Cina, l' India e il resto dell' Asia sudorientale sono penetrate a fondo nell' economia mondiale». Nella sua storia, l' India - che per secoli ha avuto un bilancio positivo con l' esportazione nel nostro mondo di prodotti in cotone - era spesso tornata al passato letterario, specie quello induista, ai primi tempi del sanscrito e alla cultura tradizionale nella danza, nella musica e nella pittura. Ma, secondo l' autore, questo sguardo all' indietro non aveva impedito la trasformazione della religione, con l' emergere dello shivaismo e del visnuismo, del giainismo e del buddhismo; né aveva ostacolato l' evoluzione dell' arte, della scienza e della tecnologia che continuavano a progredire, anche se lentamente. Crescita a cui, più che alla dominazione britannica, Goody attribuisce il fatto che «oggi non solo l' India e il Pakistan posseggono le armi nucleari, ma l' acciaio indiano è ormai un prodotto di qualità superiore al passato e ha persino conquistato l' Europa, così come il cotone indiano da tempo ha vinto la competizione con il Lancashire». Una fase di rinnovamento profondo nel senso più ampio del termine con ampi richiami al classicismo anche se secondo Romila Thapar, che ha scritto una approfondita Storia dell' India, non si può parlare di rinascimento in senso stretto è quella del periodo Gupta in India 240-550, nel quale si sviluppò enormemente l' istruzione superiore come anche la medicina, l' astronomia e la matematica. Il punto cardine attorno a cui ruota la storia dell' umanità compresa quella dei «rinascimenti» è, secondo Goody, la scrittura. Tutte le società dotate di scrittura - strumento importante per mercanti, amministratori, studiosi, membri del clero - hanno guardato al passato per vedere che cosa era stato scritto. Questo processo, però, non sempre ha portato ad una rinascita; «occasionalmente», scrive Goody, «ha comportato conservazione e continuità, anche se il riferimento ai testi remoti spesso ha stimolato nuove attività e talvolta ha perfino dato luogo a un progresso improvviso». Soprattutto quando lo sguardo al passato ha fatto rivivere una civiltà permeata da un' ideologia diversa da quella dell' osservatore, «come è accaduto in Europa, quando il mondo non cristiano dei classici fu disponibile all' analisi e incoraggiò un approccio secolarizzato a svariati aspetti della vita». Le città, che avevano perso importanza con il declino dell' impero romano, ripresero vita quando riprese il commercio con l' Oriente. Qui, in Oriente, una società urbana e mercantile aveva continuato a esistere in Persia, India e Cina in virtù anche dei «rinascimenti» che si ebbero in queste regioni. In queste aree del mondo non c' era stata la stessa regressione che aveva vissuto l' Europa occidentale; sia pure con qualche interruzione, l' India e la Cina avevano avuto uno sviluppo oltremodo continuo ed erano più pluralistiche. Il contatto con queste civiltà orientali aiutò a stimolare quei cambiamenti che produssero il Rinascimento italiano. Ognuna di queste altre civiltà dotate di scrittura, sostiene Goody, aveva avuto il suo periodo di ritorno al passato, con tanto di fioritura culturale, allorché le interpretazioni soprannaturali erano state messe in discussione e si era sviluppato un umanesimo più secolare. «Da un punto di vista sociologico», conclude Goody, «i rinascimenti sono stati molteplici e non si sono limitati a quello "capitalistico" e occidentale». L' Europa è tutto meno che un' isola culturale. E questo spiega come sia possibile che il Giappone, le «tigri asiatiche» e probabilmente anche la Cina siano oggi all' avanguardia della modernità, anche se apparentemente non hanno mai avuto un loro rinascimento. Apparentemente, appunto