Recensione
Cristina Taglietti, Corriere della Sera, 14/02/2011

Due voci narrano la potenza dei sentimenti della natura

«I o, Charles Melville Scammon, in quest' anno 1911, sentendo prossima la mia fine, ricordo quel primo gennaio del 1856, quando il mio Léonore lasciò Punta Bunda facendo rotta verso Sud». Con questa storia di balenieri e di rimorsi J. M. G. Le Clézio, scrittore francese di origine mauriziana, incornicia il frammento finale della conquista del West, un periodo in cui le grandi città, come San Francisco, sono già pienamente sviluppate ma il Nord America non è ancora totalmente addomesticato e resistono angoli selvaggi e incontaminati. Le Clézio scrisse nel 1992 questo racconto lungo, Il posto delle balene (il titolo originale è «Pawana», balena nella lingua degli indigeni, il grido delle vedette quando ne avvistavano una) che l' editore Donzelli pubblica in Italia mercoledì prossimo con le illustrazioni dell' artista brasiliano Eloar Guazzelli (in questa pagina ne pubblichiamo una). È un racconto a due voci narranti, quella del capitano, perseguitato, come il capitano Kurtz di Cuore di tenebra, dall' «orrore» della mattanza e quella del giovane mozzo, John di Nantucket, perseguitato dal ricordo della giovane prostituta indiana di cui si è innamorato, ammazzata dal suo protettore. Qui le classiche atmosfere dell' avventura per mare si fondono con gli echi sinistri di una storia vera evocando il Melville di Moby Dick (omaggiato fin dal nome del capitano). Uno storia che gronda del sangue delle balene massacrate, ma anche del rimorso per averle tradite, nel luogo segreto del golfo del Messico dove vanno a partorire e dove il capitano le scopre, aprendo le porte a una vera e propria mattanza durata anni. Giorno dopo giorno, i cacciatori risalgono il canale, con navi sempre più grandi. Arrivano da ogni parte del mondo, dalla California, dal Cile, dall' Argentina, dall' Alaska, dalla Norvegia, dalla Russia, dal Giappone, con arpioni avvelenati al curaro, cannoni lanciasiluri, arpioni elettrici, paranchi, catene e ganci. «La laguna era un lago di sangue nell' alba invernale, un fiume rosso che bagnava le rive di pietra» ricorda il capitano alla fine della sua vita chiedendosi come si può (come abbia potuto) «uccidere ciò che si ama». Il racconto di Le Clézio è una grande illusione che scompare quando, insieme alle balene, finiscono le navi (più di cento entrarono nel loro regno l' anno dopo la scoperta della laguna), i venditori d' acqua, le capanne delle ragazze che si vendono ai bucanieri. Ed è anche un manifesto ambientalista (lo stesso capitano dedicò il resto della sua vita alla salvaguardia delle balene grigie), nato quando la sorte dei grossi cetacei, nel frattempo tornati nella laguna, è stata minacciata da un nuovo progetto