Recensione
J.M.G.Le Clézio, Corriere della Sera, 14/02/2011

Amore e morte nella baia delle balene

E ra in principio, proprio in principio, quando non c' era nessuno sul mare, soltanto gli uccelli e la luce del sole, l' orizzonte senza fine. Fin da bambino sognavo di andarci, in quel luogo dove tutto cominciava, dove tutto finiva. Ne sentivo parlare come di un nascondiglio, come di un tesoro. A Nantucket ne parlavano tutti, in quel modo in cui si parla da ubriachi. Laggiù, dicevano, in California, nell' oceano, c' è quel posto segreto dove le balene vanno a partorire i loro piccoli, dove le vecchie femmine ritornano per morire. C' è quella riserva, quella fossa immensa dentro il mare, dove si riuniscono a migliaia, tutte insieme, le più giovani con le più vecchie, e i maschi formano tutt' intorno una linea di difesa per impedire alle orche e agli squali di avvicinarsi, e il mare ribolle sotto i colpi di pinna, il cielo si oscura nel vapore degli sfiatatoi, i gridi degli uccelli fanno un rumore di fucina. Così diceva la gente, e tutti raccontavano di quel posto come se l' avessero visto. E io, sul molo di Nantucket, ascoltavo queste cose e me ne ricordavo anch' io, come se ci fossi stato. E ora, è scomparso tutto. Ma io me ne ricordo, ed è come se la mia vita non fosse stata altro che quel sogno, nel quale veniva distrutto tutto ciò che nel mondo era bello e nuovo. A Nantucket non sono mai tornato. Chissà se il rumore di quel sogno esiste ancora. Le grandi navi affusolate, gli alberi alti dai quali l' uomo di vedetta scrutava il mare, le lance appese alle fiancate, pronte a solcare il mare, i puntelli, gli arpioni, gli uncini, pronti a fare il loro lavoro. E il mare color sangue, nero sotto il cielo pieno di uccelli. Il mio ricordo più lontano, a Nantucket, era l' odore del sangue, nel mare, nel porto ancora grigio di fine inverno, quando le baleniere tornavano dall' altro capo del mondo rimorchiando i giganti morti. Poi, sui moli, i corpi enormi fatti a pezzi a colpi d' ascia e di sega, i fiumi di sangue nero che colava nei bacini della darsena, l' odore acre e intenso, l' odore delle profondità marine. Ho camminato lì, quando avevo otto anni, fra le carcasse che marcivano. I gabbiani abitavano il corpo dei giganti, ne schizzavano fuori strappando via pezzi di pelle o di grasso. Di notte, c' era l' esercito dei ratti, entravano nelle carcasse come dentro a una montagna scavata da gallerie. Mio zio Samuel lavorava al sezionamento. Fu lui a mostrarmi per la prima volta la testa dei giganti, la mandibola immensa, l' occhio così piccolo, sepolto sotto strati di pelle, l' occhio privo di sguardo, coperto da un velo azzurrognolo. Respiravo l' odore orrendo del sangue e delle viscere, e mi immaginavo quei corpi vivi, che balzavano tra i flutti, il rombo dell' acqua contro i loro crani, i colpi prodigiosi delle pinne e delle code. Mio zio Samuel mi insegnò a distinguere la balena franca dalla balenottera, il capodoglio, la balena gobba. Mi raccontava come faceva l' uomo di vedetta a riconoscere da lontano, dallo spruzzo, la balena franca con il suo doppio getto, la balenottera azzurra con il suo getto singolo che schizza in alto come un albero di vapore. Tutto questo, l' ho imparato sul molo di Nantucket, con i gridi degli uccelli squartatori, il rumore sordo delle asce che colpivano le carcasse, l' odore del grasso che bolliva nei catini. Ero su quel molo quando vidi per la prima volta un' orca, immensa e nera, e uno squalo a cui avevano aperto la pancia.