Recensione
Marco Philopat, Il Manifesto, 21/01/2011

Il vento caldo libanese carico di Underground

Beirut. I molti amici che ci sono stati mi hanno raccontato di una città bellissima. Non sono mai riuscito a visitarla, tuttavia l'ho conosciuta nel lontano 1982, quando sotto i colpi della guerra che la stava distruggendo, ricevetti una lettera di una punk band locale che chiedeva di collaborare con il nostro collettivo di allora. Punk sotto le bombe! Già nelle nostre teste vedevamo il titolo del volantino per pubblicizzare il concerto dei nostri soci mediorientali. In realtà non se ne fece nulla, in epoca preweb le poche missive che ci mandammo erano troppo lente per l'onda schizzata a cui si faceva riferimento da entrambe le sponde del Mediterraneo. Tuttavia mi rimase la curiosità per una città ignota che lanciava dei segnali così forti direttamente sul nostro ambiente. Scoprii che negli anni sessanta Beirut era frequentata da personaggi famosi in tutto il mondo, artisti, scrittori, filosofi, capi ribelli e avventurieri. Venni a conoscenza della vivacità culturale diffusa e della sua vita notturna paragonabile a quella di Parigi, compresi che si trattava di una città storicamente cosmopolita. Nel corso degli anni i racconti orali di chi c'è stato, ma anche cronache, siti, letteratura e musica mi hanno guidato nelle sempre più interessate ricerche sull'underground di Beirut. L'anno scorso, ho letto un libro che finalmente mi ha aperto la strada per riuscire, se non proprio ad andarci, a portare qui da noi un pezzo della scena indipendente proveniente dalla capitale del Libano. Zena el Khalil è una scrittrice e un'artista che ha pubblicato un romanzo intitolato Beirut I love you. Siamo diventati amici nel maggio scorso durante il tuor di presentazioni dell'edizione italiana e lì ho scoperto che è anche una redattrice di riviste a fumetti e un'infaticabile attivista di molte espressioni culturali non omologate. Gli ho chiesto se si poteva fare un libro insieme con interviste narrate a più artisti possibili del suo giro di Beirut. «Ok mi ha detto, una bellissima idea. Per iniziare perché non chiamiamo qui un gruppo di miei amici?». Anche se il progetto del libro è ancora in alto mare, i cinque musicisti degli Zeid and the Wings sono giunti in Italia settimana scorsa per un tour nei centri sociali di Milano e Torino, stasera arrivano allo Strike di Roma (via Partini 21, ore 20.30). Zeid è lo storico promotore dell'underground libanese, ha formato diverse band e ha continuato produrre musica con passione nonostante le guerre e le bombe che devastavano club e locali dove suonare o provare. Il suo sito di riferimento è un laboratorio musicale aperto a molte situazioni: lebaneseunderground.com. L'ultimo suo progetto si chiama appunto Zeid and the Wings e rappresenta un simbolo del fermento creativo libanese. Nel settembre scorso hanno pubblicato un nuovo album che contiene la canzone General Suleiman, un brano stupendo che con molta ironia riesce a denunciare il presidente e tutti i militari al potere. Il videoclip realizzato dal regista italiano Gigi Roccati, ha scatenato il delirio su internet, perché dopo essere andato su Mtv Libano e Marocco, è stato commentato da molti giornali internazionali e incredibilmente anche da quelli israeliani. Si è aperto un infuocato un dibattito su youtube. Molti giovani di Tel Aviv e alcuni palestinesi hanno per la prima volta dialogato al di là del filo spinato. Allo Strike, prima del concerto, ci sarà anche Zena el Khalil con la presentazione del suo libro, mentre Massimiliano Guareschi, redattore di Conflitti Globali, ci introdurrà negli scenari geopolitici del Medioriente illustrandoci l'ultimo numero della rivista intitolato Palestina anno zero.