Recensione
Antonio Gibelli, Il Secolo XIX Genova, 04/02/2011

Che fatica rincorrere la cronaca

Come passare dalla cronaca alla storia, ecco il problema. Esattamente un anno fa ho cercato di consegnare Berlusconi al passato raccontando la sua – ahimé la nostra – epoca cominciata nei tumultuosi anni Novanta , così come si racconta l’età giolittiana o l’età napoleonica, si capisce: si parva licet. L’ho fatto pubblicando per Donzelli un piccolo libro senza pretese ma con qualche ambizione, “Berlusconi passato alla storia”, sottotitolo “L’Italia nell’epoca della democrazia autoritaria”. Partivo dal presupposto che alcuni indizi, alcune screpolature nell’immagine e ridondanze del mito, facessero pensare all’inizio , o almeno al presagio, della fine e quindi legittimassero l’adozione di quello sguardo prospettico che è proprio dello storico e che comporta una presa di distanza anche se gli avvenimenti sono recenti , cioè il passato è prossimo. Due mesi dopo che il libro era stampato, il 2 aprile del 2010, esplode la frattura con Fini, dal “che fai, mi cacci?” alla nascita di Futuro e Libertà e la situazione sembra precipitare come su un piano inclinato. La rottura con Fini era davvero il segno profondo del mutamento di scenario rispetto agli albori dell’epoca: quando l’opzione dell’outsider Berlusconi a favore del neofascista candidato sindaco di Roma aveva fatto scoccare l’ora della nuova alleanza tra vecchie e nuove destre destinate a riempire il vuoto lasciato dalla crisi verticale dei vecchi partiti e a dominare la scena per un ventennio. Era la prova ulteriore della bulimia di potere del reuccio di Arcore, destinato a divorare i suoi alleati. Era la denuncia decisiva, perché proveniente dall’interno, da chi lo conosceva bene, della vocazione sostanzialmente autoritaria di Berlusconi e della sua concezione proprietaria delle Stato. La corsa folle non si arresta, anzi accelera in seguito a nuovi episodi: una mozione di sfiducia lo attende alla Camera dove il gruppo finiano appare in grado di erodere, sia pur di poco, la sua maggioranza, mentre si delineano le prime avvisaglie del caso Ruby, con la rivelazione della telefonata invereconda alla Questura di Milano per far rilasciare la “nipote di Mubarak” senza rispettare le procedure previste dalla legge. Non a caso la stampa, compresa una parte di quella a lui favorevole, pullula di metafore che alludono allo stadio terminale ( fine della corsa, alla frutta, pugile suonato) mentre si moltiplicano le comparazioni con altre date e eventi che segnano il crollo di regimi: 25 luglio, 8 settembre, persino Piazzale Loreto. A questo punto mi sono detto: è arrivato il momento della seconda edizione, aggiornata e conclusiva. E mi sono messo al lavoro, terminandolo esattamente all’indomani del voto che il 14 dicembre ha salvato il premier per il rotto della cuffia. Ne è uscito un altro libro, con lo stesso titolo ma con qualcosa di più, arrivato fresco fresco in libreria in questi giorni. Dopo il capitolo “Epilogo” e quello “Fine di un’epoca?” ce n’è uno che si chiama “Colpi di coda” e racconta l’ultimo anno dell’era berlusconiana. Colpi di coda appunto, come quelli di un animale ferito, se non morente, e perciò più pericolosi: “Appare come il vecchio lottatore ancora capace di fare male ossia, fuor di metafora, come il detentore di una macchina di condizionamento, di pressione, di ricatto e di corruzione ancora efficiente. Ed è in questa antinomia tra la debolezza politica crescente del capo e la forza perdurante del potere ancora nelle sue mani che risiede la ragione dei rischi propri della situazione italiana”. Ma non è finita. La politica italiana non cessa di presentare ogni giorno sviluppi imprevisti. La cronaca incalza e la storia fatica a inglobarla nelle sue spire, a domarla, a costringerla entro i suoi ritmi più lenti e pacati. Dal 14 dicembre è passato solo un mese e mezzo, ma già l’orizzonte è di nuovo cambiato: da rivelazione sulla farsesca telefonata in Questura, il caso Ruby è divenuto atto d’accusa a carico del capo del governo per due reati infamanti come la prostituzione minorile e la concussione. Le minorenni al suo lucroso seguito sono già passate da una a tre. Si è spalancato grazie alle intercettazioni un teatro dell’osceno popolato non più, come all’epoca di Craxi, di nani e ballerine, ma di ruffiani e puttane in quantità industriale. Uno spettacolo che deve aver fatto impallidire persino i prelati della Chiesa, pur usi a guardare con distacco i vizi dei potenti a patto di poter contare sulla loro benevolenza, e che ha gettato nel marasma il Paese. Berlusconi, un passato che non passa, verrebbe da dire riprendendo un motto coniato per vicende ben più tragiche e estreme di questa.Berlusconi, un processo di degenerazione del quale non si vede la fine e che può riservarci ancora molte sorprese. Che fare dunque, in una situazione in cui la realtà insegue la finzione in un gioco di porte girevoli, gli accadimenti superano di continuo l’immaginazione e il presente dilata in maniera iperbolica il passato come in uno specchio deformante con effetti grotteschi? “Per farla finita con il berlusconismo” scrive lo studioso di letteratura italiana e francese Martin Rueff “con l’immobilismo e la corruzione generale, per ridare alla politica un senso nuovo, occorre che i valori della comune decenza, cari a George Orwell , facciano da argine all’ignominia”. Cosa più facile a dirsi che a farsi. Per quanto mi riguarda, sono condannato a ruminare il presente per trasformarlo in passato, in vista di una terza edizione. Del resto, me le sono voluta.