Recensione
Guido Caldiron, Liberazione, 13/02/2011

«Nelle Coree di Milano il lato in ombra del boom economico italiano»

«Qui, a Milano, arrivano gli immigrati. Quanti sono i contadini in Italia che sognano di vivere a Milano? L'immigrato ancora non si esprime. Però, può raccontare la propria storia. Ne arrivano, ogni giorno, da anni. Per quasi tutti la speranza si arena al capolinea del 15, del 16, dell'8, del 28; all'Albergo Popolare; in Corea. La città di Milano è investita da queste correnti; qualcuno ha voluto risalirle, per conoscere». Con queste parole di Danilo Montaldi si apriva Milano, Corea, "l'inchiesta sugli immigrati" pubblicata da Feltrinelli nel 1960. Sociologo e militante dell'estrema sinistra, Montaldi aveva realizzato insieme a Franco Alasia, un operaio metalmeccanico autodidatta di Sesto San Giovanni diventato uno stretto collaboratore di Danilo Dolci, una serie di interviste ai protagonisti dell'immigrazione verso Milano negli anni della vigilia del boom economico. Si trattava degli abitanti delle nuove periferie urbane, costituite da cascine fatiscenti e abbandonate dai contadini della provincia diventati operai e da case cresciute abusivamente spesso nello spazio in una notte: zone che a Milano andranno sotto il nome di "Coree". Come le inchieste di Dolci sulla Sicilia, quel libro rappresentò uno straordinario esempio di "lavoro sul campo" ma anche un preciso atto d'accusa: la via della modernizzazione del paese stava passando, all'epoca, per nuove esclusioni e marginalità. Riproposto ora dall'Editore Donzelli, a cinquant'anni dalla sua prima pubblicazione, con un'introduzione di Guido Crainz e una postfazione di Jeff Quiligotti, Milano, Corea. Inchiesta sugli immigrati negli anni del "miracolo" (pp. 338, euro 28,00) resta un libro "storico" e di una sconcertante attualità, vista la trasformazione dell'Italia da paese di emigranti a terra d'accoglienza dell'immigrazione: le Coree milanesi di allora assomigliano infatti davvero molto ai quartieri dell'immigrazione nelle metropoli italiane di oggi. In "Milano, Corea" si racconta di come gli immigrati che arrivavano nella città lombarda, soprattutto dal Mezzogiorno ma anche da zone del Nord come il Polesine, ancora alla vigilia degli anni Sessanta fossero mantenuti in una sorta di "clandestinità" grazie a leggi del Ventennio. Come andarono le cose? In effetti il grande afflusso di persone verso Milano avviene all'epoca in presenza di una norma contro l'urbanesimo, che varata in epoca fascista rimarrà in vigore fino al '61, che stabilisce come per trovare un lavoro si debba essere residenti in quel luogo, e per ottenere la residenza si deve dimostrare di avere già un lavoro. Insomma una norma che fa nei fatti di queste persone dei "fuorilegge". Questa situazione porterà al formarsi di tutta una serie di false "cooperative", talvolta gestite anche da altri immigrati, allo scopo di aggirare queste disposizioni: una condizione descritta da Gianni Amelio nel suo film Così ridevano. Queste persone si trovavano così alla mercé di una società che per certi versi rappresentava per loro la modernità, visto che provenivano da zone dove comunque non venivano applicate le norme contrattuali vigenti, ma finivano per trovarsi ancora una volta in un'area di non diritto, in base alle leggi che colpivano l'immigrazione. In quella fase che annuncia in qualche modo il prossimo boom economico del paese sembra di assistere così allo sviluppo di una sorta di doppio binario del mercato del lavoro: da un lato i lavoratori regolari, dall'altro gli immigrati delle Coree. Un paradosso o un elemento costitutivo della "modernizzazione" italiana? In effetti gli immigrati raccontati in "Milano, Corea" non finiscono a lavorare nelle fabbriche, ma fanno gli ambulanti, i muratori, insomma quei lavori che oggi nel nostro paese fanno sempre più spesso gli immigrati stranieri. La loro condizione illustra quella che si può definire come "l'altra faccia del miracolo economico", del resto all'epoca della sua pubblicazione, nel 1960, questo libro intendeva proprio rispondere agli apologeti del boom economico, indicando quanta emarginazione si producesse in quella stessa stagione nella nostra società. Questo mentre un'altra inchiesta, L'immigrazione meridionale a Torino di Goffredo Fofi, - realizzata tra il '60 e il '61 e pubblicata nel 1964 da Feltrinelli -, raccontava tutta la durezza della condizione operaia in quegli stessi anni. In realtà la nozione stessa di "miracolo economico" si fece largo più in là nel tempo e sorprese le stesse classi dirigenti del nostro paese; fu un giornale inglese come il Daily Mirror a parlare per la prima volta in questi termini della situazione italiana. Danilo Montaldi spiegava perciò con questo libro che c'è un tipo di marginalità che non è arretratezza e sta a pieno titolo dentro lo sviluppo: una chiave di lettura della realtà italiana che appare ancora attuale. A fare da sfondo all'inchiesta di "Milano Corea" c'è una fotografia dello spazio urbano che appare davvero attuale e che vede gli immigrati occupare gli spazi abbandonati della città, allora le vecchie cascine oggi le aree ex industriali. Ha senso fare questo paragone? Credo proprio di sì. E del resto uno dei simboli della Londra ottocentesca, la zona dell'East End, nata a ridosso del porto e abitata un tempo dai portuali e dai più poveri, ha da tempo una popolazione composta prevalentemente dagli immigrati e dai loro figli. Questa occupazione progressiva degli spazi lasciati da altri deboli o marginali è uno degli elementi che caratterizza spesso le diverse fasi dell'immigrazione. Così, alla fine degli anni Cinquanta, quanti arrivavano a Milano e non potevano disporre di un alloggio finivano spesso per sistemarsi nelle cascine agricole, nei dintorni della città, che erano state abbandonate magari solo poco tempo prima dai loro abitanti. Come racconta Ermanno Olmi ne L'albero degli zoccoli, ancora negli anni Quaranta e nei primi Cinquanta chi lavorava in queste cascine temeva di essere sfrattato e di perdere così tutto. Solo pochi anni dopo quegli stessi luoghi avrebbero fatto da scenario all'arrivo di nuovi soggetti e a una nuova trasformazione dello spazio della città: in questo senso "MIlano, Corea" descrive soprattutto una fase di passaggio e di trasformazione del paese.