Recensione
Vanessa Righettoni, Nuova Società, 04/02/2011

Amore, made in Beirut

E' l'estate del 2006 e il Libano è di nuovo in guerra; gli israeliani bombardano incessantemente per 34 lunghissimi giorni, a soli sei anni dal ritiro dalla lunga occupazione durata ventidue anni. Zena el Khalil è una giovane artista che vive a Beirut e che decide di riportare sul suo blog (beirutupdate.blogspot.com) una testimonianza diretta, perché solitamente «quello che non ti raccontano delle bombe, è il boato che segue». Il boato che racconta fa il giro del mondo, le sue cronache di guerra vengono riprese dal «The Guardian» e infine rielaborate in forma di romanzo; uno spaccato di vita libanese autobiografico al centro del quale c'è sempre la contraddittoria Beirut, odiata e amata al tempo stesso.

«Beirut, I love you», edito in Italia da Donzelli, è in realtà un racconto che parte da lontano; un percorso a ritroso dalle precedenti reincarnazioni di Zena alla vita reale tra Libano, Nigeria, Stati Uniti e il momento cruciale degli attentati terroristici datati 11 settembre 2001 che segnano un importante punto di svolta nella sua vita. Da quel giorno infatti «New York non era più come prima», Zena si sentiva catalogata in quanto araba e cominciò a dipingere la sua paura di essere etichettata come cittadina di terza classe, di essere respinta dall'Amrika, di perdersi e di affogare come già le era successo nella sua vita precedente di Hussein. Poi finalmente la scelta di trasferirsi a Beirut dove i palazzi crivellati dalle pallottole sono solo le cicatrici più superficiali della guerre passate; quelle più profonde infatti sono dentro ogni libanese, dentro ogni speranza o voglia di ricostruzione, dentro ogni delusione mitigata da alcool, droghe e file per entrare nei night club: «di giorno lavoravamo per ricostruire, di notte bevevamo per dimenticare». Il caos impera a Beirut dove ex miliziani finiscono a fare i buttafuori nelle discoteche mentre altri diventano uomini politici; i giovani, nati e cresciuti in clima di guerra, portano all'eccesso ogni comportamento e se «tra realtà e sogno c'è una linea sottile» loro cercano di camminarci sopra in un gioco di equilibrismo per il quale non sempre sono maturi, finendo per cadere di nuovo nella realtà postbellica e in fiumi di alcool.

Eppure l'amore che lega Zena a Beirut è viscerale e incondizionato, un'attrazione fatale verso le proprie radici, verso la propria città che, anche se sotto le bombe, rimane un punto di riferimento imprescindibile; un amore travolgente che a volte si ha la sensazione sia unilaterale, ma che in fondo lei spera sempre sia un giorno ricambiato: «Beirut, un giorno o l'altro, mi restituirà tutto l'amore che le ho dato». D'altronde è qui che ha ritrovato la sua dimensione, ha scoperto il sesso e l'amore, ha conosciuto l'amicizia nella straordinaria alchimia instaurata con Maya, in grado di sopravvivere alle bombe ma non al cancro; quindi entra in contatto con il dolore, l'enorme vuoto provocato dalla sua perdita, il desiderio di svegliarla dal sonno eterno per ricongiungersi con lei.

Parlare di dolore e morte è una tappa obbligata se si parla di guerra, eppure «Beirut, I love you» è il racconto di uno straordinario attaccamento alla vita; la vita dei libanesi, la vita di tutte le etnie che convivono in Libano, la vita delle ragazze in minigonna e delle donne velate, la vita di Zena che reagisce alla guerra a colpi di pennello e soprattutto è il racconto della vita della schizofrenica Beirut che ha un cuore arabo ma è estremamente moderna e colma di giovani perché, come dice l'autrice stessa, «a qualcuno ho promesso che in questo libro questa scrittrice araba non avrebbe parlato per nulla di cibo, spezie, aromi o donne velate».