Recensione
Alfonso Berardinelli, Il Foglio Quotidiano, 24/12/2010

Vittorio Sereni traduce René Char, coppia poetica strana ma non troppo

Dirò qui due parole su un piccolo libro che potrebbe sembrare una squisitezza per letterati, o uno strumento utile soltanto ai pochi che si interessano di traduzioni poetiche, di orologeria e di oreficeria verbale. Si tratta di “Due rive ci vogliono” , quarantasette traduzioni inedite che Vittorio Sereni ha compiuto da testi di René Char, a cura e con un saggio di Elisa Donzelli, con la collaborazione di Barbara Colli. La presentazione autorevole è di Pier Vincenzo Mengaldo. Ma lo stesso Sereni dice la sua in alcune pagine scritte nel 1976, quando gli fu assegnato il premio Monselice per la traduzione letteraria. Mi ero sempre chiesto perché Vittorio Sereni si fosse dedicato con passione a René Char, poeta diversissimo da lui. Per me ( e obiettivamente , credo) lo stile di Sereni si definiva molto meglio nella sua oscillazione tra altri due poeti da lui amati e tradotti : Guillaume Apollinaire e William Carlos Williams. Sa un lato (Apollinaire) minuscoli miracoli di leggerezza ebbra, malinconica e semifolle: un iridescente sentimentalismo cantabile e a volte fiabesco , con tanto di lievito presurrealista, straniante e deformante. Dall’altro (Williams) una poesia che nasce dalla precisione e dall’osservazione: la mobilità, l’intensità momentanea con cui l’occhio vede, isola e registra ciò che il caso propone, il “poetico” che si nasconde nella più dimessa quotidianità. Nello stile di Sereni convivono e si contraddicono, in effetti, brevi accessi di lirismo quasi inconsulto e ansiosi, iterativi resoconti prosastici. La propensione di Sereni per Char mi era sempre sembrata un po’ enigmatica. Sono arrivato perfino ad attribuirla ad un difetto di gusto o di giudizio critico da parte di Sereni, che in effetti non si è mai mostrato particolarmente propenso all’esercizio della critica letteraria. Mi sbagliavo. Come risulta chiaramente dallo scritto “Il mio lavoro su Char”, incluso in questo volumetto, Sereni non solo non si considera “uno specialista di Char, né tanto meno suo unico rappresentante in Italia”: confessa senza mezzi termini che il suo rapporto con la poesia di Char è stato sempre difficile: “ Char al primo contatto mi respingeva. Mi pareva lontanissimo da qualunque idea avessi della poesia. In sostanza non lo capivo (…) venivo respinto. Mi riusciva impossibile isolare un’intera poesia e dirmene incondizionatamente preso”. Dunque le ragioni, le strade che hanno portato Sereni a tradurre Char non hanno a che fare con la sintonia. Ma non si traduce un autore solo per affinità. Si può farlo invece per esplorare possibilità sconosciute , difficili da immaginare, o anche per autocorreggersi , per arricchire e variare la propria gamma, per superare i limiti del proprio repertorio. Il libro di Char che attrasse maggiormente Sereni fu quel “singolarissimo diario poetico della Resistenza francese” che è “Feuillets d’Hypnos”. La ragione di questa attrazione è chiara, esistenziale, pratica. Spiega Sereni: “Ero stato prigioniero di guerra negli stessi anni, avevo fatto un’esperienza passiva e dunque mi attraeva l’esperienza opposta, a me ignota”. La seconda ragione riguarda la lunga crisi creativa che Sereni attraversò negli anni Cinquanta: “Il brodetto postermetico mi aveva saziato. D’altra parte avevo visto non senza malessere crescere e declinare presto insane velleità di poesia engagée alimentata dalla moda neorealista, fruttifera in parte nel cinema e già molto meno nella narrativa”. Ma la più forte curiosità di Sereni per Char mi pare che sia rivelata da queste parole: “Raramente ho incontrato, in poesia e fuori di questa, una così eccezionale commistione e complementarietà di introversione e estroversione, di generosità e rigore”. La poesia di Sereni in verità si gioca tutta in un’oscillazione analoga, in un rovesciamento improvviso, non facilmente prevedibile né certo programmabile, tra aridità o inibizione espressiva e impulso vitale , evasione, apertura. A giudicare dal testo di queste traduzioni inedite, mi sembra che la tentazione più forte e istintiva di Sereni sia quella di “usare” l’infuocata naturalezza, la potente linearità aforistica di Char per intensificare l’incisività lirica delle proprie scansioni ritmiche. Due semplici esempi: “L’aubépine en fleurs fut mon premier alphabet” viene tradotto : “Biancospino in fiore, mio / primo alfabeto”. O ancora : “Nul homme, à moins d’etre un mort-vivant , ne peut se sentir à l’ancre en cette vie” diventa “Nessuno, a meno di essere / un morto vivo, può sentirsi alla / fonda in questa vita.” E’ chiaro, sembra, che Sereni non fa esperimenti con la traducibilità di Char ma piuttosto con la possibilità di trasferire l’energia dell’originale su piani diversi, in una dimensione e dizione che è quella propria.