Recensione
Tonino Ferro, www.ildenaro.it, 10/02/2011

Giornalismo, Mezza :l'era della sesta W

Internet è più un’innovazione sociale che un’innovazione tecnica. Questa citazione del padre del web, Tim Berners-Lee è fondamentale per addentrarsi nell’ultimo lavoro di Michele Mezza, giornalista Rai e studioso della società della conoscenza. Il titolo la dice lunga: “Sono le news, bellezza! Vincitori e vinti nella guerra della velocità digitale”. Qual è l’impatto che i nuovi media hanno sull’uomo e sulla società? Come si riorganizzano le forze di produzione per rispondere alle nuove esigenze del pubblico globale? E dentro questo cambiamento di paradigma epocale, che ruolo ha l’informazione, e con che tattica le redazioni di oggi possono vincere la partita del futuro, giocata sul campo neutro del mercato globale? Il modo in cui Mezza prende di petto il lettore, sin dalle prime righe, è un avvertimento rivolto soprattutto ai teorici di professione: “Siamo all’inizio di un processo di liberalizzazione dell’individuo, di ogni individuo, che ci porterà a riconfigurare ruoli e figure sociali . A cominciare dagli intellettuali, che non a caso, sono i più scettici”. Sintetizzare è complesso, ma una metafora, presa in prestito da Bernardo di Chartres, aiuta a comprende la statura del cambiamento: “Siamo come nani nelle spalle dei giganti così che possiamo vedere più cose di loro e più lontane, non certo per l’altezza del nostro corpo, ma perché siamo sollevati e portati in alto da loro”. Addio signori della produzione di massa. Addio prime donne dell’informazione. Il mondo, delle grandi organizzazioni, non sa più che farsene. E’ un nuovo umanesimo, che chiude, secondo Mezza, la parentesi fordista – la catena di montaggio e la separazione del cervello dalle mani – restituendo all’uomo la sua naturale propensione alla creatività. Un ritorno in chiave moderna al primato dell’artigiano. La rete, lo puntualizza già Derrick De Kerckhove nella prefazione, è la fabbrica e non solo la piattaforma di distribuzione. Bisogna fare i conti con questo. L’editoria è il settore dove lo tsunami sortisce gli effetti più visibili, a spese delle aziende enormi, quelle che hanno fatto la storia. Un esempio per tutti: l’anno scorso, per la prima volta dal 1917, il famoso Pulitzer è andato a una testata online, propubblica.org. La migliore inchiesta, secondo la Columbia University, viene fuori dalla rete. Il giornalismo tradizionale muore e le forme della comunicazione continuano a mutare, nello spazio, ma soprattutto nel tempo. L’informazione, oggi, vive nell’istante è cui è prodotta. Alle cinque famose “W” del giornalismo tradizionale si aggiunge fatalmente la sesta: “While”. Mentre. E qui il discorso si fa più complicato. La componente tecnologica diventa fondamentale. Le redazioni, non solo quelle della carta stampata, ma anche, e forse soprattutto quelle televisive – questo Mezza lo diceva già dieci anni fa nel suo primo lavoro “Media senza mediatori” – si organizzano intorno al server e ai Cms (sistemi di gestione dei contenuti, content management system) con l’obiettivo di captare, in tempo reale, i fatti e di metterli a disposizione del pubblico. Gli utenti, a loro volta, giocano ormai un ruolo cruciale: contribuiscono più dei giornalisti stessi alla produzione. E questo scalza ogni logica professionistica lasciando campo aperto al racconto dal basso. Emblematica la predizione di Howard Rheingold, che nel suo celeberrimo Smart Mob, parlava degli utenti contemporanei come di “capre che evacuano erba”: il consumo e la creazione sono azioni compiute dallo stesso animale. Come si fa a tenere insieme tutto questo? La tecnologia dà risposte convincenti, basta fare un giro sui tool messi a disposizione da Google. Le redazioni hanno a disposizione sistemi informatici ormai rodati, come i feed Rss, in grado di portare all’interno di specifiche piattaforme contenuti provenienti dalla rete, o le Api (Application Programming Interface) in grado di connettere in tempo reale all’interno di un unico flusso, tipologie di informazioni diverse, pescate dai più disparati ambiti. “Non possiamo più – e sarebbe già comunque una rivoluzione in Italia – costruire desk redazionali attorno a sistemi di ricerca intelligenti, a directory di fonti pre-selezionate; bisogna sagomare la tecnologia, dandole un’anima e una vocazione, direttamente legata al piano editoriale della testata, alla capacità di redazione”. Se è possibile, a livello ipotetico, “ascoltare tutto”, la questione vera diventa quella della selezione. I giornalisti che prima si distinguevano per la capacità di trovare informazioni oggi devono cambiare mestiere. Sono lontani i tempi dei reporter inviati in guerra. Oggi le piazze di Teheran e del Cairo dimostrano come i messaggi non arrivino più dai corrispondenti, ma dagli stessi protagonisti: ancora una volta, in Egitto, si spengono i server di trasmissione, per evitare la fuoriuscita di informazioni, ma Twitter e Google bucano le censure, e i reportage sono disegnati dalle colonne di “cinguettii” lunghi quanto un sms, digitati direttamente dai telefonini cellulari. Ci sono dei numeri, che spiegano meglio delle parole, la statura della questione legata ai contenuti presenti in rete. E’ il problema dell’abbondanza. Abbondanza – dice Mezza – che rischia di diventare una trappola mortale: la Scuola di Information Management e System di Berkley calcola che nel 2009, il flusso di comunicazione riversata sui server a livello globale è pari a 6 exabyte (6 miliardi di gigabyte, circa 750 magabyte per individuo): tutta la carta stampata prodotta fino a oggi dall’umanità vi concorre per lo 0,001per cento. Il resto è un flusso sterminato di materiale digitale. Impossibile pensare realisticamente a un domani? No. Mezza parla, nell’ultimo capitolo, di un progetto in grado di tenere insieme il chi, il dove, il come, il perché, il quando e anche quel “While”. Si tratta della costruzione dell’informazione fatta dal quartiere, dalla piazza, dall’angolo della strada. I modelli sono quelli americani di EveryBlock.com o di Triblocal.com (sito del Chicago Tribune). Le notizie già prodotte dai cittadini, attraverso materiali fotografici, testuali, multimediali e postate nei luoghi virtuali frequentati abitualmente, come i social network, possono essere raccolti e geolocalizzati, usando come piattaforma le Google Maps. La partita, secondo Mezza, si gioca sui territori. E sulla capacità di riprodurre la realtà usando il 3D: il tridimensionale è la frontiera della narrazione al tempo della riproducibilità quasi in contemporanea, dei fatti. Immaginate un incendio in una strada; pensate di raccogliere tutte le informazioni prodotte in tempo reale dai cittadini vicini a quell’angolo; pensate a questi contenuti riflessi nello specchio di uno studio televisivo, con un solo giornalista che passeggia su una mappa di google, portandovi per mano fino a quella strada e incrementando, al passare del tempo, le informazioni relative, provenienti dalla rete e dal satellite. C’è modo più potente di fare informazione?