Recensione
Ana Ciurans, BLOW-UP, 01/02/2011

Una gioia riservata ai traduttori

Di tutte le magistrali traduzioni di Sereni quelle di Char brillano per intensità e coinvolgimento. Il poeta che intitola un’intera sezione di Stella Variabile, la IV, “Traducevo Char”, scrive nella prima poesia: A modo mio, René Char/con i miei soliti mezzi/su materiali vostri. È proprio questo “a modo mio”, tre sole parole, a rivelare l’appassionato rapporto che, per sua stessa ammissione, ebbe con la poetica di Char. L’opposizione d’intenti tra ambedue risvegliava in lui possibilità latenti, sempre tenute a bada, di dizione pienamente lirica oltre che perentoria, in parole di Pier Vincenzo Mengaldo, curatore della presentazione dell’antologia. Due rive ci vogliono raccoglie le poesie escluse da Ritorno Sopramonte e altre poesie, pezzi in cui dominano le prose poetiche (da aforismi lirici a brani più lunghi e articolati) che Sereni, destrutturando (in modo magico, c’è da dirlo) la forma interna, trasforma spesso in liriche. Un corpo a corpo traduttore/tradotto in bilico tra il rispetto dell’originale (i materiali vostri) e la propria e potente (i miei soliti mezzi) voce poetica. Nelle pagine intitolate “Il mio lavoro su Char”, Sereni racconta quanto la impenetrabile poetica di Char lo respingesse e al contempo lo sfidasse. Impossibilitato a dirsi preso in modo totalizzante da una sola delle sue poesie, sentiva che in quel crogiuolo solo singoli segmenti gli inviavano lampi, barlumi che prima o poi sarebbero stati in grado di gettare una luce retroattiva sull’insieme. Ecco perché Sereni traduce Char, per capirlo. Sicuramente finì per amare la sua poesia che definisce commistione e complementarietà di introversione e estroversione, di generosità e rigore. Non vi lasciate intimidire, leggere Char, poeta ermetico ma complice, tradotto da Sereni è una gioia non riservata ai traduttori.