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Il corpo dell'idea

Immaginazione e linguaggio in Vico e Leopardi

A cura di Fabiana Cacciapuoti

Cataloghi
2019, pp. XVI-328

ISBN: 9788868439477
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Scheda libro

Saggi di: Vincenzo Boni, Fabiana Cacciapuoti, Giuseppe Cacciatore, Luigi Capitano, Maria Donzelli, Stefano Gensini, Roberto Lauro, Gilberto Lonardi, Maria Gabriella Mansi, Armando Mascolo, Laura Melosi, Antonio Panico, Bruno Pinchard, Gaspare Polizzi, Antonio Prete, Maria Rascaglia, Manuela Sanna, Alessia Scognamiglio, Jürgen Trabant.

Non essendo altro l’uomo, propiamente, che mente, corpo e favella, e la favella essendo come posta in mezzo alla mente ed al corpo – il certo d’intorno al giusto cominciò ne’ tempi muti dal corpo; dipoi, ritruovate le favelle che si dicon articolate, passò alle certe idee, ovvero formole di parole; finalmente, essendosi spiegata tutta la nostra umana ragione, andò a terminare nel vero dell’idee d’intorno al giusto, determinate con la ragione dall’ultime circostanze de’ fatti.

Giambattista Vico

Tutto è materiale nella nostra mente e facoltà. L’intelletto non potrebbe niente senza la favella, perchè la parola è quasi il corpo dell’idea la più astratta. Ella è infatti cosa materiale, e l’idea legata e immedesimata nella parola, è quasi materializzata. La nostra memoria, tutte le nostre facoltà mentali, non possono, non ritengono, non concepiscono esattamente nulla, se non riducendo ogni cosa a materia, in qualunque modo, ed attaccandosi sempre alla materia quanto è possibile; e legando l’ideale col sensibile; e notandone i rapporti più o meno lontani, e servendosi di questi alla meglio.

Giacomo Leopardi

Il bicentenario dell’Infinito di Leopardi ha dato vita a una messe di eventi e celebrazioni, e allo stesso tempo si è rivelato una felice occasione capace di stimolare e dare avvio a nuovi studi e approfondimenti, che hanno arricchito la nostra conoscenza del recanatese, oltre ad aver aperto nuovi squarci sulla sua poesia e suggerito insoliti e proficui accostamenti, a volte insospettabili, con altri grandi poeti e pensatori. È quanto è accaduto in relazione alla mostra Il corpo dell’idea. Immaginazione e linguaggio in Vico e Leopardi, ospitata dal 21 marzo al 21 luglio 2019 nella Sala Dorica del Palazzo Reale della città partenopea. Ideata e organizzata da Fabiana Cacciapuoti, alla quale si deve anche la cura del presente catalogo, la mostra è stata concepita come un vero e proprio dialogo tra Giambattista Vico e Giacomo Leopardi, una conversazione che ruota attorno alla parola, vale a dire al «corpo» dell’idea. A suggerire l’immagine è lo stesso Leopardi, il quale in un appunto del suo Zibaldone annotava: «L’intelletto non potrebbe niente senza la favella, perché la parola è quasi il corpo dell’idea la più astratta […] è cosa materiale, e l’idea legata e immedesimata nella parola è quasi materializzata». È in realtà l’intera riflessione di entrambi gli autori a giustificare la scelta di questo focus sulla parola: per Vico come per Leopardi l’indagine sulla natura umana non può che risalire fino alle origini dell’uomo, al momento in cui prende forma la coscienza di sé e del mondo esterno: il momento in cui l’uomo dà un nome a sé stesso e a ciò che lo circonda. Ecco perché sondare la parola, la sua storia, l’etimologia non può che essere il punto di partenza in questo che si presenta come un viaggio alla scoperta dell’uomo, accompagnati dai versi e dalle riflessioni di due grandi autori che si sono messi sulle sue tracce. Le parole di Vico e di Leopardi prendono corpo e si materializzano lungo un percorso espositivo – progetto ad opera di Kaos Produzioni, sotto la direzione artistica di Stefano Gargiulo, impianto scenico a cura di Giancarlo Muselli –, la cui prima tappa è costituita proprio dalle parole che li hanno preceduti e che hanno formato il sostrato del loro pensiero: è la «biblioteca» ideale, quell’insieme di testi sui quali i nostri autori si sono formati e che svela non poche affinità tra loro (senza dimenticare che lo stesso Leopardi era lettore di Vico): lessici e dizionari, libri di viaggio, i classici, da Omero a Esiodo, da Ovidio a Virgilio, e poi Pascal, Hobbes, Condillac, Gravina… Allo sguardo dei visitatori – e dei lettori di questo catalogo – si offrono alcune pregiate edizioni conservate nella Biblioteca Nazionale di Napoli: volumi del Seicento e del Settecento, oltre a rare e splendide cinquecentine. Il cuore di questo intreccio di testi e parole è naturalmente costituito dalle opere dei due autori: a fare da padrona, per Vico, è la Scienza nuova, di cui sono esposti gli autografi e le tre edizioni a stampa – sulle quali è possibile notare gli interventi e le correzioni che il filosofo non cessava mai di appuntare, perfino sulle pagine uscite dalla tipografia –, oltre al De antiquissima e al De uno, i lavori che precedettero l’opera maggiore; per Leopardi – insieme agli autografi delle Operette morali, della canzone Alla Primavera e dello Zibaldone – il posto d’onore è riservato al manoscritto dell’Infinito del 1819, con le cancellature e le correzioni apportate dal poeta. Il percorso espositivo si sviluppa attraverso tre sezioni, dedicate rispettivamente agli dei, agli eroi e agli uomini, sulla scorta della famosa suddivisione vichiana delle tre età che segnano il corso della storia. Si parte quindi dalle origini, dal Caos, dalla nascita della materia. Un’origine in cui si intrecciano la concezione materialistica di Leopardi, seppure poeticamente arricchita dalla trasfigurazione nel mito, e quella provvidenzialistica di Vico: per entrambi, tuttavia, nelle prime fasi della storia dell’umanità dominano i sensi, il corpo, la fantasia; in una parola: la poesia. È dalla poesia che tutto nasce, è la poesia la linfa che fa crescere e in qualche modo «crea» il mondo stesso. Da qui il mito, da qui anche la civiltà, con le sue conquiste. Un cammino che, ancora una volta per entrambi, non è progressivo, ma può incontrare brusche regressioni: se nel remoto passato l’uomo ha già attraversato fasi di decadenza (su tutte, quella rap presentata, nel mito e nelle credenze di svariate culture, dalla «punizione» del diluvio universale), il declino non cessa di incombere su di lui: nell’età presente (secondo Leopardi) o nel prossimo futuro (secondo Vico). Un incivilimento prodotto dall’esasperazione della ragione, dall’allontanamento eccessivo dalla natura. Se tuttavia la «barbarie della ragione» per Vico, grazie all’azione della provvidenza, è uno stadio che può essere superato dalla rinascita, per Leopardi non c’è effettivo «risorgimento»: una volta scoperto il «vero» non c’è salvezza per l’uomo, abbandonato da tutte le illusioni. Un’unica risorsa però sopravvive, ed è quella che nella mostra è «messa in scena» attraverso un’ultima installazione, cui è chiamato a partecipare lo stesso visitatore: La ginestra si pone a conclusione esemplare del percorso, come testimonianza di una speranza che non cede, di una resistenza estrema all’arido deserto della vita.