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Jean-Paul Belmondo

Mille vite, la mia

Il grande divo finalmente si racconta

Con una prefazione dell'autore all'edizione italiana. In collaborazione con Paul Belmondo e Sophie Blandinières. Traduzione di Maria Vidale

meledonzelli
2017, pp. X-246

ISBN: 9788868436209
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Scheda libro

«Nel 1960 il cinema mi ha messo sotto i riflettori e da lì non mi sono più mosso. Era quello che volevo: essere tante persone, indossare mille costumi, interpretare una miriade di ruoli, scandagliare l’animo umano. Ma prima di ogni altra cosa volevo divertirmi e divertire il pubblico, recitare, giocare».

A ottantatré anni, Jean-Paul Belmondo decide di scrivere il suo primo libro. Da consumato funambolo qual è, sale in equilibrio sul filo dei ricordi, che mostra di saper maneggiare con piglio sicuro e imprevedibile maestria. Un padre scultore (di origini italiane); una madre pittrice dal forte temperamento, cui resterà attaccatissimo; l’infanzia, segnata dalla guerra; il pessimo rapporto con la scuola; l’esuberanza fisica, la passione per la boxe, l’attitudine a fare il pagliaccio, la smania di recitare. Poi l’adolescenza, il saggio al Conservatorio d’arte drammatica; le prime prove teatrali; e finalmente l’esordio cinematografico, nel 1956. Sarà l’incontro con Jean-Luc Godard a segnare la grande svolta. Sul set di Fino all’ultimo respiro (1960) si consumerà, come per incanto, l’esplosione di uno dei talenti più straordinari della storia del cinema. Da quel momento si susseguiranno, davvero senza respiro, le tappe di una carriera tanto prestigiosa quanto eclettica, poliforme, esaltante. Chi altri, come lui, potrà vantare di avere lavorato con registi come Godard, De Sica, Chabrol, Bolognini, Castellani, Melville, Lelouch, Verneuil, Deray, Malle, Resnais? Chi, come lui, potrà rivendicare di avere attraversato tutti i generi, di essere stato la bandiera della Nouvelle Vague, l’attore-simbolo del noir, lo spericolato interprete di alcune tra le più memorabili scene d’azione, passando attraverso la commedia, il western, il cappa e spada, l’avventura? Nel frattempo, il «brutto» più affascinante del cinema francese racconta di aver condiviso la scena con le dive più belle e famose. Con lui hanno recitato, in una sequenza mozzafiato, Sophia Loren e Jean Seberg, Claudia Cardinale, Gina Lollobrigida e Stefania Sandrelli, Ursula Andress, Catherine Deneuve e Laura Antonelli. Incontri importanti, storie intense, talvolta grandi amori. Come grandi, e turbolente, sono le amicizie con i partner maschili che si sono misurati con lui, da Lino Ventura a Jean Gabin ad Alain Delon. Alain, il «bello», l’alter ego, con cui, più che con ogni altro, sul set di Borsalino, si è realizzata quella miscela di complicità e antagonismo che ha segnato uno dei punti più alti del divismo maschile, e che qui trova un’inedita ricostruzione. Ripercorrendo la propria vita, Belmondo non tradisce lo spirito con cui l’ha vissuta: all'insegna della leggerezza, dell’eccesso, della gioia di vivere. A cominciare dal momento in cui scopre la propria vocazione – «fare il pagliaccio da mattina a sera con amici della mia stessa risma» –, consapevole com'è che «la gioia in fondo è una finzione, alla quale finiamo sempre per credere».

Autore

Jean-Paul Belmondo

Jean-Paul Belmondo (1933), diplomato al Conservatorio d’arte drammatica di Parigi, riscuote il successo nel 1960 grazie al film di Jean-Luc Godard Fino all’ultimo respiro, manifesto della Nouvelle Vague. Da quel momento prende il via una carriera che ne farà una star internazionale, e che lo porterà a lavorare con i registi più importanti e gli attori più famosi dell’epoca. Citiamo, tra i tanti film, La ciociara (1960, di V. De Sica, con Sophia Loren), Il bandito delle undici (1965, di J.-L. Godard), La mia droga si chiama Julie (1969, di F. Truffaut, con Catherine Deneuve), Borsalino (1970, di J. Deray, con Alain Delon), I miserabili (1995, di C. Lelouch). Negli ultimi anni è tornato al suo primo amore, il teatro, incontrando i favori del pubblico. Tra i numerosi riconoscimenti, la Legione d’onore (2007), la Palma d’oro alla carriera al Festival di Cannes (2011), il Leone d’oro alla carriera alla Mostra del cinema di Venezia (2016).

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