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Jack London

Quel diavolo di John Barleycorn

Memorie di un bevitore

Traduzione di Angela Bianchi

SuperMele
2014, pp. 226, Formato e-pub

ISBN: 9788868432867
€ 17,99
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Scheda libro

«Avevo cinque anni la prima volta che mi ubriacai… Ero così piccolo che, per affrontare il recipiente di birra, mi misi seduto e lo poggiai sulle gambe. Prima succhiai la schiuma. Rimasi deluso. Tuffai la faccia nella schiuma e leccai il liquido che stava sotto. Non era affatto buono. Lo buttai giù come una medicina». Se c’è stato uno scrittore dalla biografia avventurosa e spregiudicata è stato senz’altro Jack London. E proprio in spregio a ogni ipocrisia, all’apice della notorietà, decise di raccontare la sua vita per mettere a nudo il suo corpo a corpo con l’alcol. Bevitore riluttante, London rovescia qui lo stereotipo dello scrittore beone e beato che ha nutrito tanta letteratura, e ci svela passo dopo passo la scoperta di un abisso. Tre anni dopo la pubblicazione di quest’autobiografia, London morirà nel suo leggendario ranch in circostanze che assumono il contorno di un’implacabile vendetta proprio a opera dell’alcol, o meglio di John Barleycorn – l’antagonista immaginario di una vita e di queste pagine, degne dei suoi più avvincenti romanzi d’avventura.

«Ricordo che, subito dopo la pubblicazione del mio primo libro, fui invitato al Bohemian Club di San Francisco. Ci sedemmo su comode poltrone di pelle e ordinammo da bere. Non avevo mai udito un simile elenco di nomi di liquori e di cocktail a base di scotch. Conoscevo solamente le bevande dei poveri, delle città di marinai e di frontiera – birra scadente e whisky ancora più scadente. Nell’imbarazzo della scelta, ordinai un bicchiere di vino rosso, il che fece quasi svenire il cameriere – vino rosso dopo cena». Questo è solo uno degli aneddoti ironici che punteggiano quella che, a sua stessa insaputa, rimane come la vera e propria autobiografia di Jack London. Era il 1913, ed egli era all’apice del suo successo come autore di romanzi d’avventura – «libri vigorosi, vivi, ottimistici, che vanno incontro alla vita»; quand’ecco che, noncurante del rischio di scalfire tanta popolarità e soprattutto la sua immagine di narratore di grandi illusioni vitalistiche, London decide di gettare la maschera e svelare la sua seconda natura, quella «involontaria» di bevitore incallito. L’intento è dichiarato: puntare l’indice contro le regole della socialità che inducono gli uomini a bere per dimostrarsi tali, sin da piccoli. Non poteva sapere che di lì a tre anni la sua vita sarebbe prematuramente volta al termine e che quelle pagine sarebbero rimaste come la testimonianza della sua intera esistenza. Accanto alla lucida e coraggiosa denuncia che lo anima, a catturare oggi il lettore è il racconto vibrante di una vita vera, vissuta all’insegna dell’avventura e della sfida con la natura, contro i limiti del corpo e della mente. Una vita randagia, già di per sé eccezionale, che lo porterà dalle scorribande nella baia di Oakland con i «pirati» di ostriche, alle traversate artiche per la caccia alle foche, dalle rotte polverose dei cercatori d’oro del Klondike a quelle oceaniche verso il Giappone e l’Australia. Senza dimenticare la tenace disciplina che si autoimporrà dopo il successo: mille parole al giorno da produrre prima di concedersi un bicchiere o una cavalcata o un’uscita a bordo dell’amato yacht. «Martin Eden ero io», dice a un certo punto London, ricordando uno dei suoi più celebri personaggi – motivo in più per leggere questo racconto come il suo ultimo grande romanzo di avventure.

Autore

Jack London

Jack London (1876-1916) è uno degli scrittori americani più popolari di ogni tempo. Autore di romanzi leggendari come Il richiamo della foresta, Zanna bianca e Martin Eden, morì nel suo ranch californiano, a soli quarant’anni, per cause mai accertate, per le quali si è ipotizzato l’abuso di alcol, l’overdose di antidolorifici e la sifilide.