Corriere della Sera, 00/00/0000, pag. 35
Anedda, i versi sereni dell'Ovest
di Giulio Ferroni

Rare sono le voci poetiche che sanno assumere su di sé il senso di questo nostro tempo che precipita, le nascoste vibrazioni dei luoghi e della storia sospesa che abitiamo o crediamo di abitare: tempo e luoghi che non sono certo di pace, come sembra, ma semmai di tregua, di turbato transito verso qualcosa che non si sa e che non coincide con le magnifiche sorti delle tecnologie della comunicazione. Tra queste è la voce di Antonella Anedda, che sa toccare questo inquieto nodo del nostro presente: affacciandosi su distese, deserti, ghiacci e pianure sconfinate, ma come dalla ristretta specola di un'isola; spiando il senso e il dolore nascosto del mondo dalla misura di uno spazio addirittura quotidiano e casalingo. Le sue parole sanno recare in sé tensione del loro essere circoscritte, l'umile dono della propria fragilità e inessenzialità: e proprio a partire da questo limite si insediano nei movimenti misteriosi della natura più inafferrabile e segreta, nelle passioni e nei disastri che si consumano nel mondo, fuori dal cerchio circoscritto dell'isola occidentale. Questa isola della poesia è un'isola nell'isola: postazione di ascolto notturna scandita nei mesi e nelle stagioni, che sommessamente si ostina a difendere la semplice vita e l'amore, sia nel loro manifestarsi più privato e dimesso, sia nel loro darsi nel più lontani mondi umani e naturali (lacerati dalla violenza, dalla guerra, dall'orrore): pur sapendo che si scrive proprio perché nulla è difeso, che nulla in realtà ci chiama, che la parola resiste solo nella sua umiliazione. Simboli e segni che sanno essere fragili (ma tutt'altro che minimali,) si svolgono qui con una sicurezza e intensità di dizione davvero singolare, che si rivolge sempre verso un contatto, verso un tu (che è tale anche quando coincide con l'io di chi scrive). Finalmente una poesia che sa estrarre un significato dagli oggetti, dalle cose, dalIle forme naturali e ci fa vedere qualcosa che altrimenti non potremmo vedere: con una passione comunicativa autentica, che nel suo fragile offrirsi ci fa riconoscere e fa nostro il dolore che assedia e corrode questa apparente pace occidentale, con le sue illusioni di fine millennio.

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Anedda, i versi sereni dell'Ovest
Corriere della Sera, 00/00/0000