Corriere della Sera, 07/02/2012, pag.
Quei dubbi dei poeti che fanno chiarezza
Paolo Di Stefano

Diversamente da quel che si pensa oggi, c'è moltissimo da imparare dai poeti. Lo ha dimostrato domenica sera Roberto Saviano, a «Che tempo che fa», leggendo e commentando i versi di Wislawa Szymborska, la poetessa polacca morta pochi giorni fa, maestra di disarmante semplicità. È lecito muovere obiezioni critiche a Fabio Fazio e alla sua conduzione, ma se porta la migliore poesia in prima serata non si può che essergliene grati. Lo stesso sentimento di gratitudine si prova per l'editore Donzelli, che pubblica una raccolta di conversazioni con i grandi poeti italiani in un'epoca in cui conviene pubblicare altro (basta guardare le classifiche). Il libro si intitola La promessa della notte e le interviste sono di Renato Minore, giornalista culturale e critico letterario di lungo corso al Messaggero. Non so quante copie riuscirà a vendere di questo gioiello editoriale, ma ai pochi (o tanti) che lo leggeranno il piacere è assicurato.

Non solo: se ne ricava anche il gusto (la sorpresa) di una parola semplice, intensa e necessaria in un'epoca in cui le parole che si dicono e si scrivono sono per lo più ripetitive, inutili e autocelebrative. A proposito della profondità della parola, Giorgio Caproni afferma che il poeta è come un minatore che immergendosi in sé può «trovare una zona dell'io che è di tutti, che era in tutti, soltanto che negli altri dormiva». Non è l'io il fine ultimo dei poeti. Anzi, Amelia Rosselli dice di aspirare all'«eliminazione dell'io»: «Credo che solo così si raggiungano risposte poetiche e morali valide, valori utili anche alla società».

Il titolo del libro proviene da una frase di Andrea Zanzotto che contesta così il nichilismo di chi ritiene che la storia sia senza capo né coda: «C'è promessa nella notte. La vita tende a darsi una giustificazione, non a togliersela. Quando se la toglie, non è più vita...». La sorpresa è anche nel constatare la frequenza delle formule dubitative sulla bocca di persone che hanno molto riflettuto sulla vita, sulla morte, sul destino dell'umanità: «Può essere il vedere doppio degli ubriachi», dice di sé lo stesso Zanzotto. E Mario Luzi sembra ancora più cauto quando ammette di vedere molte mostruosità nel presente: «La storia non è mai un rapporto soddisfacente tra causa ed effetto. C'è qualcosa che a noi sfugge. Io invidio coloro che possono trovare giustificazioni nelle premesse degli eventi e, poi, ne vedono anche coerentemente le conseguenze. Non posso far rientrare tutto in un conto». E poi ci sono inquietudini molto umane: Attilio Bertolucci, per esempio, confessa la sua agitazione di padre e dice di non sopportare l'idea che i suoi figli, per quanto adulti, siano troppo lontani. Con i suoi figli bambini, ricorda, ha avuto lo stesso rapporto che ha avuto con i suoi scolari, e lo dice con illuminante semplicità: «Ho cercato di farli partecipare a tutte le cose che conoscevo». La semplicità, l'essenzialità, sostiene Giovanni Raboni, è forse «un bisogno dell'età, un avvicinarsi alla vecchiaia».

Paolo Di Stefano 7 febbraio 2012© RIPRODUZIONE RISERVATA

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