La città, 24/01/2012, pag.
Minore promette la notte
Simone Gambacorta

Abruzzese d’origine, romano “da sempre”, Renato Minore è tante cose: giornalista, critico letterario, saggista, poeta, narratore, docente universitario, anche traduttore e autore di favole. Per le favole e i testi per l’infanzia ha un proprio debole: lo dicono il recente “Re Tontolo” e la collana “C’era non c’era”, che diresse per Giunti & Lisciani e che accolse i maggiori scrittori italiani. Il nuovo frutto dell’amore tra Minore e la letteratura, “La promessa della notte”, con questo titolo accattivante preso da Wittgestein, esce adesso per Donzelli (pp. XI - 226, Euro 25). È una raccolta di ventuno conversazioni con poeti italiani (da Bertolucci a Caproni, da Loi a Zanzotto) che nasce da una “ristrutturazione” del praticamente sconosciuto “Dopo Montale. Incontri con i poeti italiani”, licenziato nel 1993 per Zerintya. Nelle interviste qui raccolte, quasi tutte apparse sul «Messaggero» tra il 1980 e il 2008, c'è molto: c’è la critica letteraria, che fa capolino nelle domande e nelle introduzioni ai dialoghi; c'è la mediazione del giornalismo culturale, con lo scopo di far conoscere le parole di chi per le parole vive; e c'è la grande protagonista, la poesia, “raccontata” da un mirabile coro di solisti. Il libro fa il punto su due emisferi distinti e contigui. Il primo, quello letterario in sé, più ricco e piuttosto diverso da quello odierno. Il secondo, e qui è lecita un'intrusione nel privato dell’autore, una stagione di "ascolto" che continua a ritornare come uno specchio, come un destino, come un consuntivo dove la dissolvenza incrociata tra il critico e il poeta dà forma a un diario pubblico dialogato. Ecco allora questa rapsodia “in tu" – anche se di mezzo c'è un "lei", l'intervista presuppone comunque un "tu" – diventare un arazzo, un tappeto volante diretto verso un’isola che non c’è, ma dove «tu metti insieme cinque parole assolutamente normali e per ragioni di suono e ritmo, di significato puro e semplice, esse fanno una poesia» (Giovanni Giudici). La premessa che apre il volume è un piccolo manuale non didattico su come intervistare un poeta: l’immersione preparatoria nel suo «universo linguistico ed espressivo», il registratore per la «fedeltà testuale», il taccuino per le «impressioni e gli spunti più immediati », il parlare «senza un argomento prescelto» e «senza alcuna sistematicità ». Giusta anche l’impostazione dei “capitoli”, strutturati secondo un assemblaggio di “momenti”. A una scheda bio-bibliografica segue una succinta bibliografia critica sul protagonista “di turno”, dopo di che si passa al testo introduttivo al colloquio, quasi un articolo a sé, felicemente sospeso tra ritratto e critica, e tutto sciolto nella fascinazione per un poeta che parla di lì a poco nell’intervista vera e propria (a volte c’è anche una chiosa di chiusura, altre volte lo schema varia); e infine una poesia del maestro appena ascoltato, che può anche essere di stordente bellezza: come “Non mi lassari solu” di Ignazio Buttitta («Ti vogghiu diri di non lassarimi sulu / nta sta strata longa chi non finisci mai»), oppure “Congedo del viaggiatore cerimonioso” di Caproni («Di questo, son certo: io / son giunto alla disperazione / calma, senza sgomento »), oppure ancora “Dai tetti” di Carlo Betocchi, i cui ultimi versi ricordano il Manzoni protagonista del “Natale del 1833”, il romanzo con cui il “cattolico” Pomilio vinse lo Strega: «O come divino spazio su di noi / il tuo occhio, dal senso inafferrabile». Il libro onora la promessa fatta in copertina: che non è tanto quella della notte, quanto quella di dare accesso ai cantieri della poesia. Attilio Bertolucci a sedici anni faceva traduzioni di Lautréamont e aveva un professore di Lettere, tale Cesare Zavattini, che gliele pubblicava nella «Gazzetta di Parma»: un fatto che racchiude un’intera sorte, con già dentro ogni indizio e ogni promessa. Franco Loi arriva a scrivere in dialetto milanese folgorato dal romanesco di Belli, che sapeva mettere in un sonetto così tanti sapori e riverberi da bastare per un romanzo. Giorgio Caproni considerava invece il poeta come un minatore: «Con la poesia, da fatti autobiografici, si scava in se stessi: ma si va proprio in giù, come un minatore, e si può trovare una zona dell’io che è di tutti, che era in tutti, soltanto che negli altri dormiva». Una dazione squisitamente etica, dove il poeta, «partendo dai laterizi delle proprie esperienze, e costruendo con tali laterizi le proprie metafore, (…) riesce a chiudersi e a inabissarsi talmente in sé da scoprirvi (…) quei nodi di luce che sono di tutta intera la tribù». Un’estrazione veritativa, e arriviamo così a Mario Luzi, che «sveglia qualcosa in ogni uomo, perché c’è qualcosa che appartiene a tutti»

Il volume