Il Messaggero, 14/12/2011, pag. 29
L'io difficile di Zanzotto tra le voci di ventuno poeti
Renato Minore

Pieve di Soligo. Andrea Zanzotto vive da sempre in questo paesino a circa mezz’ora di macchina da Treviso, che ormai fa parte del mito, o della piccola tenace leggenda che accompagna la vita dei massimi poeti contemporanei. E a Pieve di Soligo lo trovo, nella sua casetta a due piani con il giardinetto, come tante altre accanto. Ha rinviato molte volte il colloquio, accennando alle malattie che gli impedivano un vero dialogo. Malattia che sono una pista obbligata per chi gli si accosta, una sorta di manto protettivo, di scudo. E me ne parla subito, come se si trattasse di un discorso ormai ritualizzato, di una tappa per arrivare a lui. Ci fui una prima crisi, sui trent’anni. Poi è arrivata un’esperienza di terapia analitica sui quaranta: due anni con regolarità, tre sedute a settimana, proprio freudiana. Gli è stata molto utile. “E’ servita a capirmi di più. Sono riapparsi momenti dell’infanzia che erano stati dimenticati. Da allora grossi disturbi di tipo fobico non ne ho, anzi non ne avevo. Adesso mi sono tornati”. Ora è stato “questo nuovo colpo di pistola, una cosa è riceverlo a trent’anni, una cosa alla mia età”. E non è un fatto unicamente personale: la crisi la sente come una sorta di degradazione generale che coinvolge non solo lui come persona , come soggetto? Ecco, così i suoi temi preferiti in primo piano , con una tensione partecipativa che è subito alta, intensa, suggestiva: lo sconvolgimento del paesaggio, la grande incognita delle novità tecnologiche, lo sviluppo come “rotolare vago, alla cieca”. Il tono del discorso, che sembrava bloccato dal buco della depressione, vibra, s’impenna, scivola via con una naturalezza che la cantilena veneta rende ancora più scorrevole: Zanzotto è un vero e proprio mago della parola, capace di andare avanti all’infinito, come il suo grande amico Federico Fellini , con cui ha collaborato ai tempi del “Casanova”, scrivendo le filastrocche in veneto del film. Affiorano momenti della sua infanzia e della sua adolescenza, le strofette scritte da bambino, il legame dolce e materno con il dialetto.”Il mio rapporto con il dialetto – dice – è stato inconsapevole: era per me un dato naturale, appreso così, parlando in famiglia , ne gruppo, parlando come si respira. Solo più tardi ho preso consapevolezza della lingua, e poi delle lingue, aiutato da un certo plurilinguismo prodotto dai molti migranti che ritornavano stagionalmente , e dalla presenza “mitica” del latino della Chiesa. Di fatto, le persone più colte parlavano anche l’italiano nelle situazioni formali e lo usavano scrivendo. Come lingua internazionale si aggiungeva poi il francese: si restava entro una fraternità neolatina”. E poi la ricchezza del mondo affettivo della piccola comunità di paese, nel gruppo familiare che faceva sviluppare “sensibilità e intelligenza in maniera imprevedibile”, le difficoltà del padre, costretto di tanto in tanto ad emigrare in Francia per le angherie del fascismo, il rapporto intenso della natura, gli stati d’animo “molto ricchi” , cui si associano le prime sensazioni del suo viversi come poeta. Parla della sua famiglia, una “pefetta famiglia del Duemila: due genitori pensionati e due figli disoccupati”: uno, Fabio, laureato in matematica e l’altro, Giorgio, che ha scelto Lettere e lo aiuta a fare le ceramiche ( “un passatempo gradevole per superare l’angoscia”) sopra cui poi incide dei versi.

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