Il Manifesto, 11/09/2011, pag. 10
Panorama di metropoli con ciclisti, ballerine e grattacieli
Francesca Lazzarato

Grattacieli, strade come canyon, ponti colossali, ma anche interni intimi, foyer di teatri, sale da concerto, palcoscenici, grandi finestre che inquadrano il paesaggio, giardini, misteriosi angoli verdi in cui si può incontrare una gallina spaesata... Ecco la New York dipinta da Jean-Jacques Sempé sulle copertine del «New Yorker», a cui collabora da quando William Shawn, il gentile despota che governava la rivista, scelse per il numero del 14 agosto 1978 l'immagine di un timido e inquietante piccione con testa umana e cravatta. Raccolte in uno splendido volume che, uscito in Francia nel 2009 presso Denoel, appare oggi in edizione italiana (Sempé a New York, Donzelli, pp. 320, euro 36,90), le grandi illustrazioni a colori di uno dei più grandi disegnatori francesi - celebre per le sue vignette come per gli album a colori e per i bianchi e neri che animano le avventure del Petit Nicolas, classico francese per l'infanzia creato da Albert Goscinny - raccontano una città allegra e priva di conflitti, abitata da solitarie figure umane o da folle che a volte si riducono a semplici puntini colorati. Una New York allo stesso tempo autentica e immaginaria, dove i palazzi altissimi e le facciate delle vecchie case si trasformano in scatole a sorpresa dalle cui finestre spuntano danzatrici, algide donne in tailleur, festaioli aureolati di coriandoli, omettini col panciotto e perfino tigri con i loro domatori. E in qualche punto della foresta di mattoni e acciaio dal profilo inconfondibile, alterato una volta per tutte l'undici settembre del 2001, ci sono i grandi alberi e gli ampi viali dei parchi dove adulti dall'aria impiegatizia stanno, lo si capisce benissimo, per allentarsi la cravatta e sedersi su un'altalena. Immagini simili non potevano apparire che sulla più newyorkese delle riviste, legata al destino di Sempé sin da quando, a diciassette anni, l'allora aspirante disegnatore ricevette dal famoso vignettista Chaval il consiglio di procurarsi una copia del «New Yorker», come racconta lui stesso nella bella intervista di Marc Lecarpentier che completa il volume. E incontrare su quelle pagine Chas Addams, Abe Birnbaum e sopratttutto Saul Steinberg avrebbe profondamente influenzato il suo futuro di cartoonist dal tratto nitido e leggero, predestinandolo a una collaborazione nutrita, oltre che dai mille film visti e dal moltissimo jazz ascoltato, dal sincero affetto per una città leggendaria, vista con occhio sognante e lievemente ironico: l'occhio di un artista che da sempre teorizza l'atemporalità del disegno umoristico. Cronista di un quotidiano la cui normalità è piena di dettagli stranianti, buffi o poetici, ammaliato da un luogo che sin dal primo momento deve essergli apparso come un immenso giocattolo, anche nella sua versione «americana» Sempé resta fedele alle minuscole figure umane che si muovono in spazi vastissimi («ma non siamo noi a essere piccoli, è il mondo che è grande»), alle ballerinette, ai musicisti e alle grandi orchestre che occupano tanta parte delle sue tavole, ai ciclisti che attraversano placidamente le strade traghettando un rurale cesto di verdure, agli uomini di mezza età (microscopici Babbit in soprabito grigio) che osservano ogni cosa con complice stupore. Lo stesso stupore con cui, da tanti e tanti anni, questo incantevole artista si guarda intorno.

Il volume
Le recensioni

Una poetica Grande Mela
Oggi n. 16, 18/04/2012

L'avventura di Sempé al New Yorker
www.europaquotidiano.it, 24/11/2011

La New York di Sempé
La Stampa - Tuttolibri, 10/09/2011

Disegni newyorkesi
Internazionale, 09/09/2011

Un artista francese a New York
www.sololibri.net, 07/09/2011

Un monello alla corte del "New Yorker"
Corriere della Sera, 28/08/2011