www.atlantideZine.it, 11/10/2011, pag.
Sono quel che sono
Barbara Ferraro

No, io sono quel che sono e chi mira ai miei errori, colpisce solo i propri; potrei esser io sincero e loro non dire il vero,

non venga il mio agir pesato dal loro pensar corrotto; a men che non sostengano questo mal comune - l’umanità é malvagia e nel suo mal trionfa.

[William Shakespeare, sonetto 121]

La dolcezza incantata di un orso che annusa l’aria autunnale e, mentre foglie brune sfiorano il suo naso morbido, decide che è l’ora di trovare un cantuccio in una caverna in cui svernare, bruscamente si incrina in un crepitio di macchine e voci concitate che misurano, spalano, scavano e profanano la collinetta sotto cui l’orso dorme, ignaro di tutto. L’incrinatura mette in allarme il lettore mentre l’orso placidamente riposa e s’intuisce che il suo mondo fatto d’istinto, di cicli stagionali rassicuranti sta per essere definitivamente violato, interrotto.

In inverno sulla caverna dell’orso sorge una fabbrica e stride e lavora senza sosta. In primavera l’orso si sveglia, sbadiglia, torna alla sua foresta, ai suoi fiori, alla sua vita. Ma la foresta non c’è, gli alberi nemmeno. Al loro posto le macchine in moto, la macchina in moto della fabbrica in cui ogni uomo è ingranaggio. E l’orso si ritrova prigioniero. Il caporeparto lo scorge, gli intima di tornare al lavoro.

“Io non lavoro qui. Io sono un orso”. Troppo tardi, il nostro assonnato protagonista è solo un babbeo con un cappotto trasandato e barba e capelli da tagliare. È un uomo ingranaggio, un orso ingranaggio. Deve lavorare per non essere maltrattato, deriso. Deve scegliere di adattarsi. E lo fa per mesi. Era un martedì quando annusava l’aria d’autunno. In attesa di un martedì simile, aspettiamo che l’orso abbia la sua rivalsa perché è anche la nostra. Perché ogni lavoratore ha diritto alla propria identità e a non perderla a causa dello sfruttamento e perché così come il nostro eroe protagonista non è un babbeo, e nel suo intimo sa di non esserlo, anche noi non siamo tali.

Non è ripetendoci allo sfinimento ciò che siamo, o non siamo, che taluni si arrogano e conquistano il diritto di imporci il proprio punto di vista. Siamo quel che siamo e abbiamo il dovere di perseguire il nostro istinto e la nostra natura. E se il nonsense de L’orso che non lo era può aiutarci a metabolizzare questo punto fermo allora questo tassello s’incastra come un cammeo nell’insieme splendido di illustrazioni e testo che rendono questo piccolo libro edito da Donzelli uno strumento di crescita, un piacere allo sguardo, un libro per bambini tenero e ardito, un libro per adulti satirico e complesso.

Frank Tashlin è un grande regista, un maestro dell’animazione americano oltre che un raffinato illustratore. Non a caso L’orso che non lo era del 1946 (parte di una serie di Tashlin di cui fanno parte “The Possum that Didn’t” e “The World That Isn’t”) nel 1961 è diventato anche un cartoon diretto da Chuck Jones.ardito, un libro per adulti satirico e complesso.

Il volume
Le recensioni

Sono quel che sono
www.atlantideZine.it, 11/10/2011

L'orso in fabbrica
L'Espresso, 30/09/2011

Follie industriali
Internazionale, 23/09/2011

Libri wow
Letto fra noi, 09/09/2011

L'orso va in fabbrica
Le Monde Diplomatique, 01/09/2011

Scusate ma io sono un orso
La Stampa / Tuttolibri, 20/08/2011

Orso buono, uomini cattivi!
www.ventonuovo.eu, 18/08/2011