Il Messaggero, 11/10/2011, pag.
Inseguire la lentezza
Matteo Nucci

Nel 1921, quando sale sull’Orient Express per un viaggio di cui non ha programmato la fine, John Dos Passos ha poco più di venticinque anni. Ha già pubblicato due romanzi e fin da bambino è stato cresciuto con la consapevolezza che per conoscere – come per Odisseo – è necessario vedere. Quello a cui va incontro dunque non tenta neppure di immaginarlo. Del resto, il treno su cui sale ha il nome altisonante dei tempi andati, ma non lo accompagnerà che per il primo breve tratto delle centinaia di chilometri con cui passerà dalla Francia all’Italia ai Balcani, fino in Turchia, per poi spostarsi sul Mar Nero in Georgia, e nel Caucaso e da lì in Persia e in Irak e indietro fino a Damasco e ancora verso il Marocco e di lì finalmente di nuovo in Europa, sulle coste spagnole. Quel treno però è destinato a dare il titolo alla raccolta di scritti a cui con costanza si dedica assieme ai dipinti (otto sono presenti nel libro) e che appariranno riuniti in un unico volume solo sei anni più tardi. Orient Express è uscito ora finalmente anche in italiano nella bella traduzione di Maurizio Bartocci (Donzelli, pp. 205, euro 18) a novant’anni esatti da quel viaggio, ma in nessun modo accusa del tempo passato. I grandi libri di viaggio sono di due tipi. O penetrano l’epoca in cui sono ambientati, scendendo a tal punto nel gorgo della storia che ne escono pressoché privi di ogni contingenza e in sostanza destinati a una sorta di eternità. Oppure raccontano i particolari dei luoghi che attraversano quasi dimenticandosi del contesto storico, spostandolo in un orizzonte diafano, sbiadito, tanto da apparire poggiati su una sorta di atemporalità. Orient Express appartiene a questo secondo tipo di libro. L’epoca che Dos Passos percorre non si sente che sullo sfondo, non compare che per ambientare quel che il grande scrittore descrive, quasi fosse una semplice necessità letteraria. E dire che il 1921 nei Paesi che Dos Passos attraversa è un anno di grandi rivolgimenti. In Italia il fascismo sta per prendere il potere. Tra Grecia e Turchia il conflitto sta esplodendo ormai con una ferocia destinata alla catastrofe. Nel Caucaso le repubbliche sovietiche cominciano ad assumere più precisi connotati. Quanto al Medio Oriente, i confini dell’Irak sono appena stati disegnati dagli inglesi. Tuttavia, la storia, questa storia, nei racconti che Dos Passos via via consegna a quotidiani e riviste, non appare che dietro un velo. A Venezia si sente cantare Giovinezza giovinezza tra calli dove scritte inneggiano a Stalin. In Turchia, una ragazza greca tenta di convincere l’autore sui motivi per i quali non si dovrebbe studiare la lingua turca. In Georgia, un professore parla del nuovo sistema scolastico che i bolscevichi cercano di introdurre. Ma quel che Dos Passos racconta in questi tre casi è altro. A Venezia è “la luce morente di un giallo tramonto”. A Istanbul, è il movimento della mano di un “mendicante incredibilmente vecchio, nodoso come un susino morente”, un movimento in cui “c’era qualcosa dei minareti e del grido dei muezzin e dello sguardo impassibile dei vecchi signori turchi in gilè bianco”. A Batun, infine, sono “le mani larghe ossute, massacrate e dolenti” che il professore ha aperto eppoi richiuso “come nell’atto di acchiappare una fugace realtà”. D’altronde proprio in questo movimento sta ciò a cui ha deciso di destinarsi in quanto artista, Dos Passos. Acchiappare una fugace realtà. Dipingerla nei particolari, in ogni minuzia. Il fatto è che poi questa realtà, nella penna dello scrittore, non resta affatto fugace. Tanto che, pagina dopo pagina, chi legge viene conquistato da ben altro rispetto ai particolari che a ogni riga sembrano sbriciolarsi in effrazioni di luce. C’è semmai un moto ondoso, un’onda lunga di cui non si parla mai e che assale e conquista e che ha a che fare con il tempo. La lentezza orientale. Quasi inspiegabile, incomprensibile, lontana, troppo lontana per un occidentale. Dos Passos sa bene che non potrà mai penetrarne il segreto eppure tenta di abbandonarvisi. Le sue descrizioni, in fondo, hanno a che fare proprio con questo. È inutile correre. Inutile affannarsi per produrre. Inutile tenere costantemente il conto dei giorni e delle ore. Quando lascia l’Irak in direzione Damasco, destinato a un viaggio che si allunga ogni giorno e che resiste a qualsiasi tentativo di pianificazione, Dos Passos infatti riesce finalmente a lasciarsi andare. Forse in un caffè ha bevuto “l’erba del ritardo che induce una sonnolenza dolce-amara nella quale si sprofonda nell’attesa”. Forse è il polso finalmente libero (“è la cosa più bella del mondo essere senza orologio e senza soldi e non sentirsi responsabili di niente”). Quel che è certo è che, improvvisa e insperata, arriva la felicità. “Mai stato più felice di così” sentenzia, poche pagine prima di confessare: “Ho il vago sospetto che oggi sia Natale”. Perduta la schiavitù tutta occidentale rispetto al dominio dei possessi, delle “Cose” (così Dos Passos chiama la proprietà privata), della legge temporale che spinge alla produttività, anche lo stile narrativo del grande scrittore americano finisce per diventare solido e forte come mai prima, perché impregnato di uno spirito difficilmente comprensibile all’occidentale. Miriadi di microscopici dettagli spezzano in un’interminabile eternità ogni secondo. Movimenti quasi impercettibili, luci che s’incontrano, odori. Nulla è più come prima. Al punto che che noi stessi, ancora oggi, finiamo per farci prendere e, in uno stato di sonnolenza e abbandono, ci lasciamo portare via.

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