Left, 26/08/2011, pag. 55
Viaggiando verso Oriente
Filippo La Porta

Anche se le abitudini dei nostri connazionali tendono a cambiare e a diversificarsi, in agosto si ha pur sempre voglia di viaggiare. Se non l’avete ancora fatto e non potete farlo in questo ultimo squarcio d’estate vorrei introdurvi a un libro fascinoso che vi farà innanzitutto viaggiare con la mente. “Si è alzato un nuovo vento, l’Hawa Ech Cham, il vento di Damasco lo chiamano. Tutto assume le sfumature rosa e calde delle orecchie di una lepre americana vista in controluce nello spazio di un secondo…” Ecco un prelievo della smagliante prova di John Dos Passos in veste di scrittore-reporter, inebriato dai paesaggi e dai colori del Medioriente. Sono stati raccolti gli scritti di viaggio datati 1921 dall’autore di Manhattan transfer, altrettanti resoconti apparsi su vari giornali e riviste , accompagnati da otto suoi dipinti, diciamo tra Gauguin e Severini (Orient Express, Donzelli). La descrizione è puntuale, dettagliata, fastosa, ma sentiamo sempre la presenza dello scrittore, con le sue emozioni e idiosincrasie. Ad esempio quando vede per la prima volta l’Ararat, “un alto cono venato di bianco su uno sfondo di nebbiolina perlacea”. Le pagine più belle sono forse quelle relative all’escursione nel deserto: ”Strisciato fuori dal mio bozzolo un paio d’ore prima dell’alba per trovare le stelle screpolate dal freddo….”. Può darsi che io sia influenzato dalle date, ma avventurandomi nelle pagine di Orient Express ho pensato qualche volta a quello che è probabilmente il più bel libro del nostro Emilio Cecchi, Messico (1930), lì dove si parla di un cielo che “preme come una campana di vetro opaco” e che dà alle cose una virulenta luminosità d’Agonia”. Nel reportage la cosiddetta prosa d’arte ( quella scrittura elegante e digressiva, devota all’esattezza) molto in voga nell’Italia del periodo, dà il meglio di sé a contatto con una realtà totalmente “altra” si depura di certi suoi eccessi estetizzanti. Così Dos Passos, dopo quell’immagine visionaria del cielo notturno ci informa sul movimentato scenario che aveva davanti: “l’accampamento non era che un immenso disordine di cammelli e cammellieri…i cammelli si dibattevano e gemevano e strillavano, i cammellieri imprecavano e tiravano calci”. L’immaginazione del reporter è afferrata spesso da un dettaglio quasi invisibile, e assume una coloritura perfino comica , quando ad esempio si osserva qui che procedendo in treno dalla Slovenia verso la Turchia i baffi dei capistazione sono sempre più lunghi. Viaggiare verso Oriente, come per molti altri scrittori occidentali, somiglia a una esperienza estatica di oblio: “Non c’è né passato né futuro, solo questo movimento soporifero e inesplicabile che porta verso Levante attraverso un mondo che rotola. Non esiste oppio più dolce che abbandonarsi a questo torpore vulnerabile e assolato sul ponte di una nave….”. Ma il risveglio alla realtà interviene con un militare turco che protesta contro l’ipocrisia degli europei che si indignano per l’uccisione di un armeno ma quando i greci incendiano i villaggi turchi indifesi parlano di salvaguardia della democrazia.

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