IL Manifesto, 23/07/2011, pag.
John Dos Passos, americano diretto a est
Roberto Duiz

A bordo della rollante Mormagao combattevano il mal di mare a colpi di Madeira gli americani diretti a est, aggrappati al bancone e cantando sempre più forte. E intanto, fuori, “il vento ululava e gli spruzzi volavano mentre la barca affondava sempre più nel ventre delle onde”. Comincia con un’immagine “alla Coloane” il lungo viaggio verso Oriente di John Dos Passos, sempre più sprofondandovi, dalla costa atlantica americana fino all’Iran, che chiama ancora Persia. Strada facendo si chiede perché tutta quella voglia di trascinarsi tra “frammenti avvizziti di vecchi ordini”, tra “religioni defunte”, tra “rovine che pullulano dalle larve della storia”. Realizza che il suo somiglia più a un viaggio di fuga che a un viaggio di esplorazione. Fuga dalla vita terribile in un Occidente che “sta distruggendo i germogli del rinnovamento tra l’immondizia dei depositi ferroviari russi, nell’odore dei tubi di scappamento nelle stazioni di servizio di Detroit”. Orient Express è il racconto di un viaggio del 1921, attraverso un mondo che va ridisegnandosi dopo gli scombussolamenti prodotti dalla Grande Guerra e dalla Rivoluzione sovietica. Da Ostenda, terminal della nave transoceanica nel nord Europa, scende in treno fino a Costantinopoli, attraverso i Balcani, la Bulgaria e la Grecia. Vede brillare il Bosforo, “intorno alla sfilza di corazzate grigie all’ancora, mentre “tra le colline brune in primo piano e le colline azzurre sullo sfondo si srotola una spessa colonna di fumo”. Fissa sulla carta immagini che pare di vederle . E talvolta le visualizza davvero , pennellando quadri dai colori accesi , anch’essi contenuti nel libro. Registra ogni storia gli arriva alle orecchie e le amalgama con le sue visioni, che non di rado assomigliano ad allucinazioni, perennemente in bilico tra realtà e immaginazione . Procede lento, osservando e orecchiando, si dissocia dalla prima persona quando gli va di prendere le distanze da sé e guardarsi agire da fuori come “l’americano diretto a est”, interprete non protagonista di un racconto corale, mescolato a tanti altri e fuso nel contesto, col quale non è necessario identificarsi. “Non c’è passato né futuro, solo questo movimento soporifero e inesplicabile che porta verso Levante attraverso un mondo che rotola”, annota. Dunque “rotola” anche lui , fino alla baia di Trebisonda e da lì avanti, “fiancheggiando la costa verso le tenebre dell’Est”. Altri treni, folle cenciose che si aggirano per le stazioni e carrozze stipate di soldati. Il Caucaso e l’Ararat, l’Armenia e la pianura di Tabriz, storie raccapriccianti e pensieri che “si muovono lenti in una densa salsa di stupore”. Poesia e retromarcia lungo la via dei pellegrini che conduce in Iraq. E da lì 37 giorni attraverso il deserto di pietre di Damasco con una carovana. E’ un reportage di quasi un secolo fa, ma non si avverte alcun anacronismo nell’approccio e nella scrittura. O forse si, ma solo perché la specie dei reporter è oggi quasi estinta.

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