La Stampa, 08/06/2011, pag.
Obama, un fallimento la sua ricetta anti crisi
Maurizio Molinari

Barack Obama non è riuscito a risollevare l'economia perché ha sbagliato la ricetta». Il duro atto d'accusa viene da Joseph Stiglitz, il premio Nobel per l'economia autore del testo «Globalizzazione» in uscita per i tipi di Donzelli e arricchito, rispetto alla versione originale, da un post-scriptum imperniato proprio sulla denuncia degli errori compiuti dalla Casa Bianca.

Lei scrive che la strategia di Obama ha portato a «un debito nazionale molto più elevato» e a «un’economia più debole». Quali sono gli errori più determinanti che gli contesta?

«La prima mossa di Obama per rilanciare l’economia è stata il varo del pacchetto di stimoli economici. Si è trattato di un pacchetto troppo esiguo e disegnato male. Non ha rimesso in moto l'economia, non ha creato occupazione e non ha consentito di ridurre il deficit mentre il debito continua ad aumentare. Gli effetti sono quelli che abbiamo visto nell’ultimo rapporto sulla disoccupazione, ormai sopra la quota del 9 per cento. Il ritorno alla piena occupazione per adesso non è ipotizzabile».

Cosa intende dire quando afferma che il pacchetto fiscale «è stato disegnato male»?

«Prevedeva sgravi fiscali per i ricchi, consentiva alle banche di continuare a pagare mega bonus ai manager e non aiutava i proprietari di case ad affrontare il problema dei mutui. Il programma di ristrutturazione dei mutui ipotecari è stato un autentico fallimento. Nel complesso, si è trattato di un pacchetto di misure che ha finito per giovare più a chi aveva scatenato la crisi finanziaria, banche e società di mutuo, che non alle vittime, i comuni cittadini. Avrebbe dovuto fare l'opposto. Obama aveva sul tavolo una ricetta differente ma scelse di non seguirla. È stato lui a sbagliare. L'unico merito che si può riconoscere al Presidente è l’aver evitato il collasso totale dell'economia nazionale, ma su tutti gli altri fronti ha fallito».

In realtà la Casa Bianca parla di tendenza dell’occupazione in costante recupero da otto mesi e lamenta le resistenze delle aziende private a investire gli ingenti profitti registrati in posti di lavoro...

«Se le aziende private non assumono è perché l'economia non cresce abbastanza. Non c’è crescita a sufficienza e dunque non ci sono posti di lavoro. Aver aiutato le banche a risollevarsi in fretta si è trasformato in un boomerang per l'economia nazionale perché ciò non ha portato a far tornare il credito. Senza contare poi gli effetti del più alto livello di indebitamento pubblico: i tagli agli investimenti e ai programmi sociali appaiono senza alternativa con effetti negativi a pioggia su una classe media già flagellata dalla crisi economica. Un americano su sei è in cerca di lavoro, sette milioni di famiglie hanno perso la casa, i mancati riscatti di ipoteche restano a livelli elevati al punto che se ne prevedono due milioni nel 2011 e la concessione dei prestiti da parte delle banche è limitata. È uno scenario negativo, quasi penoso».

Barack Obama è ancora in tempo per correggere gli errori compiuti?

«Da un punto di vista economico certamente sì. Varare un pacchetto fiscale più consistente, tagliare i benefici fiscali ai ricchi e correre in soccorso delle famiglie oberate dai mutui sono misure che possono ancora essere prese e porterebbero di sicuro giovamento all'economia. A cominciare dal fronte dei consumi. Ma il nodo ora è soprattutto politico».

Che cosa intende dire?

«A Washington non c’è più il Congresso a guida democratica del 2009 e 2010. La Camera dei Rappresentanti è in mano ai repubblicani che non sono affatto disposti a sostenere Obama nel caso in cui scegliesse di varare interventi strutturali più consistenti. E la cosa non mi sorprende perché la crisi che stiamo attraversando nasce proprio dalle politiche economiche che i repubblicani hanno applicato negli anni precedenti all'elezione di Barack Obama. Non ci si può certo attendere che le smentiscano. Sotto questo punto di vista bisogna riconoscere che sono coerenti».

Dunque, quali previsioni fa per i prossimi 12 mesi?

«L’America va verso uno scenario simile a quello del Giappone: crescita in stallo tendente al negativo e un tasso di indebitamento in crescita. D'altra parte questa crisi è iniziata nel 2007, sono già passati quattro anni e presto saranno cinque. È una fase lunga, diversa da quanto avvenuto in passato quando l'America viveva brevi recessioni seguite da fasi di espansione economica».

Questo significa che la rielezione per Obama sarà più difficile?

«Se giudichiamo solo sulla base della disoccupazione le prospettive per Obama non sono rosee. La realtà è che la Casa Bianca puntava ad arrivare al voto delle presidenziali nel novembre 2012 con un tasso di disoccupazione sceso attorno al 5-6 per cento. Ma adesso sappiamo che, anche nel migliore dei casi, sarà fra il 7,5 e l'8 per cento. Non è uno scenario facile per chiedere agli americani la conferma del Presidente in carica ma la forza, o fortuna, di Barack Obama è che al momento sul fronte opposto il partito repubblicano non sembra ancora in grado di mettere in campo dei candidati in grado di insidiarlo seriamente».

Quanto pesa la crisi del debito europeo in tale contesto?

«È un elemento che accentua le difficoltà dell'amministrazione. Quando Obama varò il pacchetto di stimoli, l'Europa era in condizioni migliori, ora invece la crisi del debito che investe i Paesi piccoli come Grecia e Irlanda minaccia di avere conseguenze anche per la Germania che è il traino della zona-euro. Ciò comporta il rischio di un indebolimento dell'euro e una flessione delle esportazioni commerciali Usa verso l'Ue. L'instabilità che avete nei vostri Paesi ha un impatto immediato da noi».

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