Semicerchio, 00/00/0000, pag. 84
I Mondi di Mazzoni
Giancarlo Alfano
Guido Mazzoni è nato nel 1967; è quanto afferma la consueta nota nella quarta di copertina. «I mondi, 1997- 2007» è invece l’indicazione che chiude Pure morning, l’ultimo componimento del volume. Attraverso le due mosse di chiusura, dell’opera e del libro-manur i v i s t a d i semicerchio o e s i a c o m p a r a t a X L 2 0 0 9 il libro diMazzoni si presenta come un testo situato nel tempo, un tempo, insieme, ‘soggettivo’ e ‘individuale’. La seconda indicazione temporale, e più propriamente cronologica, potrebbe apparire anodina, semplice indicazione degli estremi di un percorso. Ma il rapporto tra la ‘pluralità’ dei mondi del titolo e la ‘singolarità’ della notazione anagrafica fa sì che il decennio, così circoscritto, segnali il passaggio dell’autore dai trenta ai quaranta anni, il suo definitivo accesso nel mondo della maturità, e dunque l’iscrizione dentro un orizzonte di normalità sociale. L’esemplarità di una vita singolare: è forse qui la questione con cui il libro si confronta. Del resto, «Abbiamo fra i trenta e i quarant’anni, percorriamo una regione della vita dove ogni evento è irreversibile» è quel che leggiamo in Generazioni, dove si racconta di una coppia di genitori che interrompono il tempo festivo e accomunante di una serata tra amici, ergendo al centro della tavolata la culletta col neonato, e così «rompendo il campo psicologico che ci conteneva». Se l’imposizione di un «mondo solo suo» da parte della madre che ha realizzato l’ostensione del bambino scompone il piano orizzontale fin lì vigente tra i commensali, il soggetto che dice ‘io’ prima accampa la propria individualità (cioè rivendica il passaggio dalla passività, di chi è soggetto a un evento, all’attività, di chi fa territorio di sé nel mondo), poi riconosce la parziale autosufficienza della stessa individualità, e la sua natura profondamente difensiva (come di un territorio in cui il soggetto si rinchiuda). Il componimento mi pare paradigmatico dell’intenzione che agita questo primo libro di Mazzoni (che è anche autore di un libro importante Sulla poesia moderna) e che pare ispirata ad accoppiare esistenzialismo e fenomenologia. Quasi guidato dal celebre apoftegma di Jean-Paul Sartre secondo cui «l’Inferno sono gli altri», I mondi si propone un attraversamento della superficie crudele degli eventi per raggiungere la consapevolezza che quanto si condivide con gli altri è solo l’orizzonte comune del campo delle possibilità, il fatto che la vita si presenta in certe forme date, che poi ciascuno attraversa in maniera singolare (che è l’incontro della ‘ideologia’ della soggettività con il mito della ‘individualità’ – cfr. Le mythe de l’individu di Miguel Benasayag). Così, «guardando i mondi degli altri che si incrociano col mio», chi dice ‘io’ sostiene di aver appreso «che non ha senso rompere / la miopia che ci fa esistere», nonché di essere arrivato a vedere «diversamente / le monadi che ci proteggono». È quanto leggiamo in AZ 626, dove la reclusione nel cubicolo dell’aereoplano diventa veicolo della distanza da quanti ci circondano senza mai attraversarci (le poltrone di una vettura come territorio provvisorio di un’esistenza solo transitiva). Ed è un’altra esperienza d’isolamento in uno spazio assegnato e circoscritto a chiarire la dimensione che ho detto ‘fenomenologica’. Si tratta del componimento eponimo del libro – uno dei testi in prosa che nel libro si alternano con una certa regolarità ai componimenti in versi –, nel quale è presentata la stagione londinese del soggetto (la citata nota biografica ci avverte che l’autore «Ha vissuto e lavorato a Pisa, Parigi, Londra e Chicago»), trascorsa in un enorme edificio suddiviso in «cinquecento monolocali». Leggiamo l’inizio del secondo capoverso: «Avevo quasi trent’anni; di lì a poco avrei avuto un destino». A questa breve battuta (localizza nel tempo, come appunto deve fare un libro che si vuole situato) corrisponde il precedente capoverso, il cui incipit si presenta, quasi statutariamente, all’imperfetto: «Guardavo i tetti coperti di brina». Ecco, è in questo passaggio dallo sfondo al primo piano (secondo una ben nota ‘grammatica dei tempi verbali’) che si realizza lo spostamento di attitudine filosofica: una dimensione eccezionale – «Era un’istante di assoluto straniamento» – è ricondotta alle sue condizioni di possibilità. Come negli esercizi husserliani di variazione eidetica, nei quali il soggetto conoscente varia le singole situazioni nelle quali si trova l’oggetto osservato allo scopo di individuarne la struttura permanente, qui il soggetto giunge a capire, trascendendo l’eccezionalità della situazione («capivo anche la profonda irrealtà di quella comprensione momentanea, la gratuità di quell’attimo di straniamento») per definire quanto di permanente esiste nel pulviscolo delle variazioni fenomeniche: «Chiuso nel proprio territorio, ogni organismo appaga la forma che lo fa essere e modifica [...] Esiste solo questo». La relazione soggettiva con la realtà assume, così, più che una dimensione conoscitiva, un risvolto sapienziale, addirittura conclamato in un testo come Parcheggio, nel quale, all’età delle generose illusioni, allorché si partecipa vivamente di fatti e dolori altrui, si contrappone l’ingresso nell’età adulta (‘tra i trenta e i quarant’anni’) in cui esistono «solo vite, modi di interpretare un destino» tra loro di fatto incomunicabili. Una dimensione singolare, insisto, nella quale la soggettività abbraccia l’individualità per configurarsi come stabilizzazione di un territorio, di uno spazio in cui si esercità la sovranità. Nel già ricordato Sulla poesia moderna, Mazzoni ha individuato all’altezza dell’età romantica «l’attraversamento della frontiera» tra «la lirica autobiografica trascendentale e la lirica autobiografica empirica». La prima ‘raffreddava’ i riferimenti al vissuto del poeta per ricomporre i frammenti in un unico disegno che riscattava ogni caduta nell’episodico; la seconda riconosce invece un valore decisivo alle «vite effimere » dei soggetti e si articola su «una libertà confessoria, un pathos esistenziale, una serietà narcisistica inediti» (p. 113). Definita questa contrapposizione, alla fine del libro, Mazzoni specula sugli effetti di questo passaggio, osservando che: «Quando più nulla frena l’anarchia teorica del talento individuale, ogni testo rischia di dar voce alla tautologia di un io che esprime se stesso senza risultare rappresentativo » (p. 216). Rinunciando all’ipotesi del ‘talento’, e del tormentoso rapporto con la ‘tradizione’ che ne consegue (la lezione del modernismo è rimasta aperta lungo tutta la «tradizione del Novecento»), credo si possa dire che I mondi è un’applicazione poetica intorno a questo svuotamento di rappresentatività. Ma un tale svuotamento, se è ricercato, non può che presentarsi come rappresentativo. Lo mostra lo choc del contatto tra le due epigrafi che aprono il libro. Da una parte Kafka: «Tre punti: vedere se stessi come una cosa estranea, dimenticare quello che si vede, mantenere lo sguardo. Oppure soltanto due perché il terzo include il secondo». Dall’altra parte Nietzsche: «Vivere ed essere ingiusti sono una cosa sola». Choc, perché la dimenticanza dello sguardo che andrebbe accoppiata alla distanza da sé, si ritrova invece sigillata all’esercizio del giudizio: essere ingiusti, per quanto perverso, è pur sempre un uso della facoltà del giudizio, dunque una rivendicazione a sé del rappresentativo. E si arriva così all’ultimo attrito cui questo libro ci sottopone. Mi riferisco a un testo notevole, in cui si narra di un lontano ingresso del soggetto in una sala operatoria dopo un incidente. Nella seconda parte di questa prosa, che s’intitola Esperienza, leggiamo che, rispetto a quell’evento, singolarmente (cioè soggettivamente e individualmente) significativo, ‘oggi’ lo stesso io si sente distante («Oggi mi vedo dall’alto e da lontano»), un semplice, passivo osservatore di un altro ‘io’, o di un altro stato/stadio dell’‘io’ con cui non esiste più alcun contatto. Se l’evento diventa «del tutto incomprensibile», ciò significa che esso è solo comunicabile, che cioè è privo di quella potenza coercitiva dei dati dispersi del vissuto che possa rendere ‘significativo’ o ‘rappresentativo’ un momento della vita singolare. L’evento non è più trasfigurabile in esperienza (il titolo è dunque ironico?), esso si svuota di vita, come un francobollo in una teca. Di conseguenza, il soggetto, con la sua lente d’ingrandimento in mano per catturare i segni di un passato ormai arcano anche a sé stesso, si riduce a «un animale inerte». Un altro abitatore de I mondi

Alto Adige, 17/10/2010

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