www.metropoliweb.it, 30/03/2010, pag.
La vertigine diabolica dei dettagli
Jacopo Nesti

Secondo il proverbio, il diavolo si annida nei dettagli. E’ lì che tende il suo agguato. E’ lì che spariglia le carte. E’ lì che fa la posta allo sguardo degli uomini per confonderlo, per farlo inciampare, sbattere contro una realtà che pensava d’aver già compresa e invece si ribella improvvisamente. Pare essere questo il suo gioco: far sfarinare le generalizzazioni con cui l’uomo cerca d’affastellare il simile, l’analogo e perfino il pressappoco. Esaltare le differenze minime fino a far esplodere ogni certezza, ogni pretesa di dominio sull’universale sul particolare, della conoscenza dell’uomo su gl’infiniti riverberi della realtà. Secondo Antonella Anedda quel diavolo, abita anche dentro di noi, anzi, come il demonedei greci, si installa nei nostri reconditi meandri fino a divenire la radice più profonda e irriducibile della nostra individualità. I dettagli che colpiscono il nostro sguardo non sarebbero altro che un riflesso della sua esistenza, del suo condizionamento, del suo governare a nostra insaputa gli occhi che s’aprono sul mondo. In questo senso, l’operazione della poetessa Antonella Anedda, è quella di riuscire a cogliere almeno indirettamente il suo demone. Ricomporre dagli indizi che dissemina la sua figura, come in un puzzle. In definitiva riuscire a prenderlo e a comprenderlo, sebbene essa sia consapevole dell’irriducibile scarto della sua indagine, che scivola in una regressione infinita, un po’ Achille che non raggiunge mai la tartaruga. Ma in questo caso Achille, non soltanto non può, ma intimamente neppure desidera afferrare il diavolo per la coda, perché ciò significherebbe la fine della sua ricerca. La fine della poetessa dietro il suo sguardo come lei stessa scrive a proposito di questa specie di concept book: “questo libro è infinito”. Ma dobbiamo presumere che il lettore, già sedotto dal titolo di questa strana opera (La vita dei dettagli) non sia affatto interessato a cogliere l’interezza delle cose, e voglia invece seguire la poetessa in questo suo peregrinare per dettagli, appunto, in questo suo parcellizzare il mondo, polverizzarlo, avvinto dall’idea che il particolare possa raccontare, avere, una propria storia, indipendente dal contesto nel quale si trova , purché qualcuno scopra in esso la verità che lo illumini. L’autrice conduce dunque il lettore in una sorta di museo virtuale, dell’anima (della poetessa), articolato in cinque padiglioni, per mostrargli, raccontargli, la sua collezione di dettagli, ma anche le singolarissime forbici che usa per ritagliare il mondo intorno a sé. Parte dell’arte, che per l’autrice costituisce una fonte inesauribile di suggestioni, di smarrimento, di estasi, e ritaglia 32 dettagli sui quali costruisce dei piccoli racconti che i singoli particolari le suggeriscono per le misteriose vie dell’ecfrasi. Il secondo padiglione “Galleria” è interamente dedicato all’incontro tra la poesia e la pittura: 13 poeti colti nel loro intimo sforzo di trasporre in parole la fascinazione per un’opera pittorica. Baudelaire e Anne Carson per Rembrandt, Auden, Carlos Williams e jan Sk°cel per Bruegel, Yves Bonnefoy per Caravaggio, Elizabeth Bishop per Hopper, Philippe Jaccotter e Henri Cole, Jorie Graham per Piero della Francesca, Rilke da Van Eiyck, Zbigniew Herbert per Tiziano, Ashbery per Parmigianino, Jamie McKendrick per Carpaccio. La sezione “Ritratti” costituisce il terzo padiglione e come si evince dal titolo approfondisce alcune figure di artisti del Novecento e contemporanei, uniti dalla riflessione sull’icona, sul senso dell’immagine e della sua dissoluzione. Sono Nicolas de Staél , Mark Rothko, Bill Viola e Jenny Holzer. Il quarto padiglione è insieme al quinto il più singolare. Qui il tema della peregrinazione intellettuale assume anche accezione geografica, costituendo un vero e proprio vagabondaggio per le vie di Arles, la città provenzale, sulla scia delle vestigia romane e delle reminiscenze pittoriche di Van Gogh. L’ultimo padiglione, “Collezionare perdite”, costituisce indubbiamente quello più spiazzante, dove l’autrice non ha timore di abbandonarsi alle proprie derive, alla ricerca anche disperata di nuove forma espressive, che vivono sulla pagina come esercizi, embrioni di progetti in divenire, idee, semplici suggestioni. Quest’ultima parte dà conferma di trovarci di fronte a un libro del tutto eccezionale nel quale la sensibilità della poetessa Antonella Anedda si libra in assoluta libertà sui territori dell’arte, alternando una perlustrazione saggistica con un sorvolo immaginoso, nel quale è lo sguardo a farsi poesia . Uno sguardo alla ricerca del suo ineffabile demone, che come il diavolo fiorisce nei dettagli.