Il Manifesto, 11/05/2010, pag. 12
Peter Waterhouse sotto il segno della metamorfosi
Domenico Pinto
Ogni poesia che dico e scrissi o volli scrivere proveniva da un Non posso scrivere, non ho parole. Muovendo da questo interdetto racchiuso in Die Geheimnislosigkeit (1996) , e che si irradia lungo tutta la sua opera, Peter Waterhouse continua a tracciare una parabola poetica fra le più pungenti e irriducibili della letteratura tedesca contemporanea. Poeta, scrittore, traduttore o – per usare una formula di ottavio Fatica – trascrittore che ha virato nel tedesco Biagio Marin e Zanzotto, Waterhouse ha da poco riproposto per Donzelli in una versione rivista e accresciuta la sua antologia del 1998 Fiori, Manuale di poesia per chi va a piedi. La crisi del soggetto che già innervava la prima raccolta (Menz, 1984) entra per intero, con le sue disseminazioni fonetiche e le escapades fuori dai solchi lirici, nella successiva passim (1996) , collocandosi sotto il segno della metamorfosi della mutazione, dello spostamento. Il gesto poetico fa assegnamento sulla furia combinatoria, ma non revoca ogni senso , anzi del senso assume di continuo i rischi, nel tentativo – attraverso l’estrema dissoluzione in frammenti – di rendere il mondo ancora disponibile : “Percepivo la scomposizione come possibilità dell’armonia. Vedevo come l’armonia non poteva esistere nell’omogeneità.” Questa poetica del dettaglio informa una severe strategia analitica, spesso con funzione ironizzante, perché dal quotidiano e dalla messa a fuoco dei particolari possa scoccare il correlato politico: “Ci si pone alla ricerca del dettaglio. Perché? Il dettaglio si solleva contro il potere . Poi si dirà : Giusta storia della luce”. Passim è il fulcro di questa riflessione sui linguaggi e sulle sue mescidazioni, la sezione di Fiori più aspra e intransitiva, in cui le istanze antiliriche e amorose franano “a precipizio nei significati”. Tutto ciò che rimane, una volta solcato il grande “Mar delle determinazioni” è il punto di una interrogazione febbrile e appassionata, il calore del ragionamento: “Attorcigliamo il significato /intorno al significato e guardiamo in fondo alla distanza/ del nostro occhio. L’assente / ci appartiene . Ma come siamo agili”. Il centro vero della poesia di Waterhouse è ora la traduzione - come già ci insegnarono i romantici – una sutura del linguaggio della natura con il mondo delle immagini tecniche: “La trasformazione, la molteplicità, la differenza, finalmente tutte riconciliate” (si dirà in Fiori, l’inserto po’ematico che dà il nome al libro). L’invito è di far propria la scommessa della traduzione, di avere fiducia negli atti impossibili, fossero anche naufragi. Un’esortazione a mancare continuamente il bersaglio, a mancarlo meglio.

Il Manifesto, 11/05/2010

Radio 3 suite, 01/04/2010

