Le Monde Diplomatique / Il Manifesto, 22/10/2011, pag.
"Non esitare a dire amore"
Claudio Finelli

Con “Il mio nome è Lucy”, Gabriella Romano, scrittrice e film maker indipendente che ha lavorato a lungo con società di produzione inglesi, americane e canadesi, tra cui la Bbc, offre ai lettori un’operazione che fonde con grande cura le strategie di indagine proprie del documentario e la piacevolezza narrativa di una scrittura agile e asciutta. Infatti, sebbene il testo abbia tutte le caratteristiche di un documento antropologico – sociale, il lettore ne avverte con chiarezza le potenzialità romanzesche . Così la stessa Lucy, transessuale nata a Fossano nel 1924, ci viene presentata come una vera e propria eroina, un’eroina che, in virtù di un vissuto intenso e ineguagliabile, propone uno sguardo nuovo e singolare sul Novecento, su quel secolo che J. Hobsbawn ha definito breve e della cui complessità siamo tutti assolutamente memori. Per esempio, a proposito dell’olocausto, Lucy ci racconta un’altra Shoah, una Shoah troppo spesso dimenticata, una Shoah in cui gli omosessuali ( i triangoli rosa), furono oggetto di trattamenti brutali e violenze inaudite, violenze a cui Lucy, al secolo Luciano, riuscì a sottrarsi in virtù di una circostanza fortuita per cui, nonostante fosse stato sorpreso dai nazifascismi all’Hotel Bologna, mentre era in atteggiamenti inequivocabili con un ufficiale tedesco, fu deportato a Dachau come disertore politico, evitando quindi la fucilazione immediata. Ma la storia di Lucy è anche una storia di incolmabili solitudini ed incandescenti accensioni affettive e, dunque, nell’ambivalenza emotiva e nel sovrapporsi di sentimenti e stati d’animo apparentemente contrastanti , Lucy diventa simbolo e metafora del XX secolo; anzi sembra che la natura intrinsecamente contraddittoria e drammatica del secolo si rifletta nell’esistenza del giovane Luciano che, prima di trasformarsi nella donna che è oggi, conosce umiliazioni e sofferenze ma anche inattesi entusiasmi e dolcissimi trasporti sentimentali. L’operazione di Gabriella Romano ha, infine, il grande merito di liberare l’immagine della transessualità da quella dimensione volgarmente bidimensionale e vergognosamente erotico-performativa a cui i media attingono nel parlarci delle scorribande di Marrazzo a via Gradoli: Lucy, fotografata oggi sul balcone della sua casa a Bologna, non ci guarda affatto con gli occhi di una cultura psichedelica o di una donna iperfemmina, ma con la dignità di chi, sfidando pregiudizi e ipocrisie, sa di non dover dare spiegazioni a nessuno per le sue scelte perché la vita non le ha mai regalato nulla e perché a invecchiare c’è sempre tempo. Un’ultima curiosità: dal libro, la stessa autrice ha tratto un film documentario che è stato proiettato in prima nazionale a settembre alla Terme di Caracolla di Roma, durante la festa della Cgil.

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"Non esitare a dire amore"
Le Monde Diplomatique / Il Manifesto, 22/10/2011