Avvenire, 23/07/2005, pag.
Con zio Faulkner a lume di candela
di Fulvio Panzeri
Nelle storie che il premio Nobel raccontava ai ragazzi di famiglia la tradizione anglosassone del racconto «gotico» assume una forte connotazione di tipo morale
L'interesse di Faulkner per il mondo dell’infanzia e soprattutto per i bambini è sempre stato forte, tanto da fargli prediligere in molte opere lo sguardo dei più piccoli sulla realtà. È una delle questioni che pone all’attenzione del lettore Luca Scarlini, nell’introdurre I fantasmi di Rowan Oak, che raccoglie storie dello scrittore americano nate direttamente per i lettori di pochi anni che lo stavano ad ascoltare. Scarlini sottolinea come «la centralità dello sguardo infantile è una delle linee principali della scrittura faulkneriana»: ne sono esempi libri come L’urlo e il furore o La città, dove i fatti sono raccontati inizialmente dal piccolo Charles, nella convinzione che «la storia sarebbe stata più interessante se narrata attraverso l’innocenza di un bambino che sapesse quello che vedeva, ma che non sapesse ancora giudicarlo». I fantasmi di Rowan Oak pone l’attenzione anche su un altro aspetto centrale nella narrativa di Faulkner, quello del rapporto tra scrittura e oralità. Infatti le storie che vengono qui presentate sono quattro. Il primo gruppo di tre storie, quelle appunto dei «fantasmi di Rowan Oak», è inedito ed è stato trascritto dalla nipote Dean Faulkner Wells, figlia del fratello minore dello scrittore, diventata poi custode della casa editrice di famiglia. Da piccola faceva parte di quella banda di ragazzi (tutti nipoti) che si riuniva intorno allo zio William nelle sere d’estate nella casa di famiglia di Rowan Oak per ascoltare queste storie mozzafiato, dalle atmosfere notturne, da brivido. Del resto quella casa un po’ scricchiolante sembrava la location ideale per queste storie, una «nonna» di quella dimora della famiglia Addams, come sottolinea Scarlini, che ha segnato l’immaginario degli americani. Dean, nella premessa alle storie, ci racconta il fascino di quelle sere in cui i bambini chiedevano a Pappy di raccontargli, «con la sua voce profonda e dolce», una di quelle storie che erano un patrimonio familiare. E la magia si ripeteva sempre, ma soprattutto nella notte di Halloween, dedicata al soprannaturale in cui Pappy sedeva intorno a loro, tutti mascherati, «con gli occhi spalancati nella tremolante luce di candela». C’è sì paura, senso del racconto d’avventura, che è classico in Faulkner, basti pensare a quello splendido racconto che è "L’orso", ma anche un tono amichevole. Del resto lo scrittore, in queste storie di spettri e di lupi mannari – le cui ombre si confondevano con quelle della casa e del grande viale del parco – nasconde una tensione didattica: quello di un gioco mascherato che porta ad un apprendimento attraverso il rito della paura. Anche in questo sta l’interesse di una scoperta come quella dei tre racconti, nella formulazione di una nuova ipotesi o di una linea morale insita nelle storie nere, una lezione che le tentazioni pulp dimenticano, ma che è propria della grande tradizione popolare cui Faulkner attinge. È assai curioso poi nel libro il confronto che è possibile fare tra storia raccontata a voce dallo scrittore e così trascritta e storia scritta, cioè letterariamente elaborata da Faulkner. Un confronto che è possibile fare con l’ultimo dei tre racconti, "Il segugio", già pubblicato in volume dallo scrittore americano. Chiude il libro una storia per ragazzi giù conosciuta in Italia, "L’albero dei desideri", scritta per Victoria Franklin, la figlia di Estelle che di lì a due anni sarebbe diventata sua moglie. Un regalo di compleanno davvero eccezionale che porta una dedica in versi e una data, il 5 febbraio: tutto su un minuscolo libro, battuto a macchina e rilegato da Faulkner in carta marmorizzata. E resterà unico, solo per la bambina, per molti anni – quasi trenta – fino a quando verrà pubblicato negli anni Sessanta. Nel racconto la ricerca dell’Albero dei Desideri diventa anche un viaggio sapienziale, sottolineato dall’atmosfera magica che non distoglie Faulkner da una presa di coscienza morale. Del resto in un’intervista, parlando dei ragazzi, aveva sottolineato: «Le persone tra i venti e i quarant’anni non sono ben disposte. Un bambino può esserlo, ma non riesce ancora a capirlo. Un uomo lo capisce solo quando non lo può più essere: dopo i qurant’anni. Poiché la sua capacità di fare viene costretta nei canali del male dall’ambiente e dalle pressioni, l’uomo usa la forza prima di usare la morale».

Avvenire, 23/07/2005

