Carl Schrade
Il veterano
Undici anni nei campi di concentramento (1934-1945)
2011, pp. XXVIII-196, € 23,00
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| Carl Schrade | |
| Il veterano | |
| Undici anni nei campi di concentramento (1934-1945) | |
| Presentazione e note di Fabrice d' Almeida. Traduzione di David Scaffei. Prefazione all'edizione italiana di Alessandro Portelli | |
| collana | Saggi. Storia e scienze sociali |
| anno | 2011 |
| formato | pp. XXVIII-196 |
| prezzo | € 23,00 |
| ISBN | 9788860366580 |
Arrestato nel 1934 all’uscita di un caffè berlinese per aver pronunciato alcune frasi critiche sul regime hitleriano, il giovane commerciante svizzero Carl Schrade diventerà un «veterano» dei campi di concentramento nazisti, trascorrendovi undici anni della sua vita e passando per una impressionante, penosa serie di luoghi, dai nomi tristemente noti: Lichtenburg, Esterwegen, Sachsenhausen, Buchenwald, Flossenbürg. Dopo la liberazione e il processo di Dachau, nel quale si troverà a testimoniare contro i responsabili delle atrocità cui aveva assistito, in particolare quelle commesse ai danni dei malati da parte dei medici nazisti, Schrade comincia a trasferire sulla carta i suoi terribili ricordi. Questo incredibile documento, affidato all’amico Jehan Knall-Demars, figura storica della Resistenza francese, che ospitò Schrade nella sua casa di Nizza, resterà sepolto per settant’anni, prima di vedere la luce oggi, diventando in Francia un vero e proprio caso editoriale. Il veterano è una testimonianza unica: Schrade segue fin dall’origine la lunga evoluzione del sistema concentrazionario, osservando in tutte le sue fasi il cambiamento nella logica dei campi e nella provenienza dei prigionieri e degli internati. Lavori logoranti, umiliazioni, violenze gratuite, malattie, epidemie, rapporti umani retti nella maggior parte dei casi dalla negazione dell’umanità stessa: la radiografia di Schrade non risparmia niente. Come osserva acutamente Alessandro Portelli nella sua prefazione, la scrittura di Schrade, incredibilmente precisa e lucida, conserva una rara capacità di riconoscere anche nelle vittime gli effetti del degrado e della corruzione: a sottolineare come «il rischio di essere aguzzini o complici è parte di noi in quanto esseri umani».
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